Il canto dei soldati. Il mito nella tradizione


LEGGI L’ABSTRACT

CANALE FRONTE DEL DON

LEGGI IL CURRICULUM


Videoconferenza n. 53 / 12 dicembre 2025

ABSTRACT

All’inizio del Novecento, gli italiani cantavano. Cantavano al lavoro, a casa, nelle osterie, nelle piazze, nelle chiese, nelle caserme. Il canto esprimeva sentimenti e raccontava storie, ed era un importante mezzo di comunicazione e di svago. Anche i soldati, ovviamente, cantavano, e molto cantarono durante la Prima guerra mondiale. Nacque un genere musicale-letterario: i canti dei soldati. In larga parte mutuati dalla tradizione popolare già esistente, e in parte inventati ex novo durante i terribili anni della guerra, i canti dei soldati furono, dapprima, strumento di propaganda, ma soprattutto mezzo di opposizione al conflitto, espressione della nostalgia della casa e degli affetti, derisione di comandanti magniloquenti e inetti (sulla pelle dei soldati).

All’interno di questa vasta “produzione”, spontanea e irregolare, si è imposto nella tradizione soprattutto il canto degli alpini, che per sineddoche è divenuto il canto dei soldati. Nato nel contesto musicale della coralità liturgica di origine protestante, il canto alpino è stato codificato, musicalmente, dal Coro Sat di Trento (assurto poi a modello di tutta la coralità successiva) nel periodo tra le due guerre; mentre la selezione dei contenuti, e la scelta dei valori da esprimere (e da non esprimere), si devono a uno scrittore oggi poco ricordato, Piero Jahier, ufficiale di complemento degli alpini nella Grande guerra (nonché, dopo Caporetto, tra gli intellettuali del Servizio “P”, nell’ambito del quale ideò e diresse il giornale di trincea «L’Astico)».

Dopo la seconda guerra mondiale, come per molti altri aspetti del “mito” alpino e degli italiani in guerra, la scarsa rielaborazione delle guerre fasciste ha spinto la tradizione del canto non tanto a rinnovarsi, bensì a rifugiarsi nelle consolidate – e rassicuranti – formule del primo dopoguerra. La tragedia della campagna di Russia, ad esempio, è ricordata nelle cante alpine secondo i medesimi stilemi, dolenti e profondamente umani, con cui era stato raccontato il sacrificio alpino nella Prima guerra mondiale. Ci sono tuttavia delle differenze, o meglio delle discontinuità, tra primo e secondo dopoguerra. Innanzitutto, infatti, il canto alpino è divenuto sempre più autoriale, per opera di alcuni importanti maestri come Bepi De Marzi e Marco Maiero, che dal punto di vista musicale hanno inserito elementi nuovi, ben difficili da ricondurre a una presunta spontaneità che è, anch’essa, una delle componenti del “mito” del canto alpino e dei soldati.

In secondo luogo, superata l’irreggimentazione imposta del fascismo (che aveva usato il canto alpino come forma di propaganda e di consolidamento di una certa memoria della Grande Guerra), a partire dall’inizio degli anni Cinquanta si è assistito a una notevole proliferazione di cori alpini, e ancor più di cori – quasi sempre amatoriali – che impiegano nel proprio repertorio le cante alpine, sia quelle più antiche e tradizionali, sia quelle autoriali più recenti. Il canto e la coralità alpina sono insomma un veicolo della memoria che, tra continuità e discontinuità, affermazione di valori e qualche omissione, costituisce un valido osservatorio per analizzare la memoria italiana delle due guerre mondiali, e in particolare quella degli alpini.

CURRICULUM VITAE

Filippo Masina ha conseguito un dottorato di ricerca in storia contemporanea nel 2015 presso l’Università di Roma Tor Vergata. È stato in passato borsista presso l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, collaboratore a contratto presso l’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea, collaboratore a contratto presso l’Università telematica Pegaso e borsista presso l’Associazione nazionale alpini e Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-militari. Fra il 2021 e il 2025 è stato assegnista di ricerca presso l’Università degli studi di Siena su due diversi progetti concernenti rispettivamente la storia delle vittime civili di guerra in Italia nel secondo conflitto mondiale e i confini della Guerra fredda nel periodo della distensione. Dal settembre 2025 è ricercatore a contratto presso la Fondazione ex Campo di Fossoli su un progetto intitolato Indagine sulla strage del poligono di tiro del Cibeno del 12 luglio 1944. Fra i suoi temi di ricerca figurano la Prima e la Seconda guerra mondiale, la memoria di guerra, la public history, gli studi di genere, l’obiezione di coscienza, la Resistenza in Toscana, la prigionia di guerra, l’internamento militare, l’associazionismo combattentistico, le pensioni di guerra e la storia delle truppe alpine. Segnaliamo qui solo alcune delle sue pubblicazioni:

(2016) La riconoscenza della nazione. I reduci italiani fra associazioni e politica (1945-1970), Le Monnier, Firenze.

(2024) Gli alpini, la campagna di Russia, la memoria, in «Memoria e Ricerca», anno XXXII, n. 76, pp. 305-326.

(2025) Alpini ribelli. Studi sulle penne nere nella Resistenza (1943-1945), assieme a Rolando Anni, Stefano Contini e Alberto Leoni, Mursia, Milano.

(2025) L’infanzia vittima di guerra in Italia dopo il 1945. Esperienze, cura, rieducazione, Viella, Roma.


Cronologia minutaggio della videoconferenza

La cronologia della videoconferenza verrà aggiunta non appena possibile, dopo la pubblicazione del video.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *



Per maggiori informazioni consulta la Privacy policy del sito e la Privacy Policy in versione Iubenda

LA LOCANDINA DELLA VIDEOCONFERENZA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto