Il viaggio in URSS di Vittorio Beonio Brocchieri
di Luca Prosperi
Vittorio Beonio Brocchieri[1], giornalista legato per decenni al «Corriere della sera», scrittore, professore universitario, aviatore[2], è uno dei tanti italiani ad andare in Unione Sovietica durante il ventennio fascista per studiare la “Rivoluzione bolscevica”. Il suo libro Il mio volo traverso la Russia Sovietica, edito da Hoepli nel 1935 e poi ristampato in seconda edizione nel 1939, è un originale spaccato su che cosa sia il mondo aeronautico sovietico civile e militare di quegli anni. L’autore si fa cronista autentico e racconta senza alcuna remora quello che ha visto con i propri occhi. Il suo volo è un’avventura epica per quel tempo ed ha il merito di spiegare agli italiani con largo anticipo, prima con le corrispondenze[3] e poi con il libro, come i sovietici si preparerebbero ad un’eventuale guerra nel contesto aeronautico: numeri impressionanti di specialisti, piloti, ingegneri, strutture, superfici di volo, aeroplani.
In tante memorie italiane della campagna di Russia si farà poi menzione dell’attività pericolosa del nemico dall’aria e in questo testo, che non è un libro “militare”, è raccontata la base su cui le armi sovietiche poggeranno durante la Seconda guerra mondiale. Beonio Brocchieri racconta una macchina bellica in via di costruzione e, pur non soffermandosi sul valore dell’arma aerea sovietica o sulla preparazione delle sue singole componenti, è illuminante per ciò che riguarda la gigantesca organizzazione che ha alle spalle e che le truppe dell’Asse incontreranno a partire dal giugno 1941. Il volume getta lo sguardo sugli uomini e sulle donne che l’autore ha incontrato, sia civili che militari, con l’innata curiosità del giornalista e dello studioso ma soprattutto dell’occidentale che vuole capire il misterioso e impenetrabile mondo sovietico.

Il valore del testo di Beonio Brocchieri sta sinteticamente nell’aver colto aspetti come la mobilitazione permanente della società sovietica anche in tempo di pace, l’indottrinamento propagandistico del regime sovietico, la pressione psicologica esercitata sul singolo dal “sistema”, un patriottismo sotto traccia già sensibile negli anni ’30 (lontano dalle origini internazionaliste del socialismo), il doppio standard di vita evidente fra popolo e regime sovietici nella percezione dei viaggiatori, nonché le grandi potenzialità umane, industriali e tecnologiche dell’URSS, che fanno intravedere i suoi punti di forza in una guerra futura. E così come il fascismo aveva puntato le sue forze rigeneratrici sull’italiano nuovo mussoliniano, l’autore coglie anche la nascita di un parallelo “homo novus” sovietico realmente calato nel presente e proiettato nel futuro, ben diverso dall’homo novus fascista, impastoiato – lui sì – in una società borghese e tradizionalista e in una cultura di tipo fondamentalmente risorgimentale.

«Questo libro è nato in carlinga», spiega nella prefazione il giornalista: a bordo di un aereo, il Caproni 100, autentico mulo dell’aria[4]. Beonio Brocchieri, che all’epoca ha 32 anni, nell’estate 1934 vola per 17.000 chilometri in Unione Sovietica fino alla Siberia a bordo di un piccolo biplano di legno e tela con un motore da 130 hp «Magneti Marelli, strumenti Salmoiraghi. Una attrezzatura di marca totalmente italiana», si affretta a dichiarare nella premessa alla prima edizione[5]. È Lindenberg, è pura avventura ma, «se il viaggio è riuscito bene, devo dire [che ciò è avvenuto] grazie alle ottime qualità dell’aeroplano e alla perfetta tenuta del motore». Non potrebbe essere diversamente, giacché siamo in piena epoca “balbiana”, quella dell’Arma azzurra costruita dal Ras di Ferrara come strumento di propaganda e di eccellenza italiana[6]. Solo 6 anni dopo parte di quel bluff verrà scoperta a spese degli aviatori italiani in guerra, ma nel 1934 attraversare il nulla sovietico è una vera impresa.
C’è l’esaltazione del mezzo meccanico, un futurismo di penna forse inconscio, ma con qualcosa di autentico dentro:
L’aeroplano si intona al monte perché è strumento senza età: quale forma biologica appartiene alle origini e si imparenta alla genealogia dei giganti; nevai e nubi, lo riportano al clima del diluvio; i suoi bronchi metallici respirano bene in alta quota, come nell’atmosfera delle glaciazioni arcaiche; lo snodo delle centine, la fibra nervosa degli affusti scendono per filiazione magica dalle anatomie millenarie che Durer nel suo lucido sogno vide librarsi sulla cosmologia di Mosè[7].
Il viaggio in Unione Sovietica, quindi, assume l’epica primaria. Il rapido passaggio nella Romania latina, ultimo lembo “romano” con le sue vestigia imperiali, serve a riavvicinare dall’alto dei cieli il lettore a qualcosa di familiare, ma subito dopo «eccomi in terra russa»:
Ho varcato la soglia di separazione. Un sole da bersaglio pende sulla verticale, il vento tira a scirocco e sbanda di quindici gradi. Si propaga dinnanzi a me, verso oriente, un paese sterminato e fisso, un piano scuro, immobile, senza statura geologica, senza osso di montagna; bruciano a mezz’aria vapori di zolfo rappresi in nuvole rossigne che io scavalco aggrappandomi a un tremito di cirri, oltre i duemila metri. Impressione di esilio e di sgomento[8].
Chapeau: verrebbe da dire “lasciate ogni speranza voi che entrate”. Così come è memorabile il primo vero incontro con la Russia rivoluzionaria che, ammesso che sia veramente accaduto, dà il quadro autentico delle impressioni generali. Beonio Brocchieri incontra un altro aereo con le insegne CCCP, un biplano:
Polizia aerea, controllo in volo, intimazione di atterraggio? Intravedo la figura del pilota: è librato alla mia destra, pareggia la quota. Il velo di foschia sotto di noi si infittisce, isolandoci per qualche momento dalla visione della terra, le nostre ombre si proiettano fugaci, inafferrabili sul materasso di vapori. In questa sconfinata uniformità di luce e vento, soltanto l’ago magnetico riesce a fissare le coordinate dello spazio. Navighiamo così affiancati per qualche minuto, poi d’improvviso, un riflesso di sole si abbatte vivacissimo sopra il volto dell’altra persona: una ciocca di capelli biondastri, sfuggendo alla prigionia del casco, ricade lungo la guancia sottile e imberbe fra l’attacco della visiera e il naso gracile. Una donna. È civetteria che le consiglia di togliersi dal viso i cristalli, scoprendo gli occhi larghi e grigi, e di mostrare con un riso mordace la chiostra dei denti fra le labbra tumide e carnose? Soli, ci troviamo vicinissimi al di sopra delle nubi, eppure separati da quest’abisso. Alzo la mano salutando: l’amazzone alata ripete il gesto; poi torna a calare sul viso affilato e nervoso i diaframmi di cristallo. Impenna il volo, si rovescia fulminea con uno stretto arco a sinistra, diverge, si inabissa, sparisce nel fondo. E io mi ritrovo di nuovo isolato nel gran cielo, con una trepidazione di meraviglia che nel primo istante non riesco a vincere[9].
La nuova donna sovietica: pilota di aerei da caccia e da acrobazia, niente a che vedere col il prototipo della donna mussoliniana, madre di tanti figli, che darà la fede d’oro in cambio di un anello di ferro per la Patria. Le donne russe daranno la vita in guerra al fianco degli uomini russi e saranno il nerbo della produzione bellica[10].
Per certi aspetti l’esilio percepito appena oltre l’immensa frontiera e lo choc del volo femminile ritrovano casa quando Beonio Brocchieri atterra ad Odessa, perché per un aviatore l’aeroporto è casa ovunque e in quegli anni pionieristici ogni aeroporto è casa e ogni aviatore è un pioniere, quindi un fratello d’avventura, un simile e non un estraneo:
Mentre i funzionari procedono al riscontro dei documenti, al controllo della matricola, io osservo la scena che si svolge intorno. Questi aquilotti sono tutti giovanissimi. A qualcuno tu non daresti più che sedici anni. Anche gli istruttori paiono ragazzi: ecco tre donne vestite da maschio e mescolate alle file dei piloti. Non c’è gaiezza: c’è disciplina.
Poi si rivolge ad un motorista:
Perché avete tutti un distintivo all’occhiello col segno del paracadute? Risponde il bambolone biondo paglia che ha una ditata d’olio sulla guancia: “Chiunque è addetto all’aeronautica civile o militare anche in qualità di semplice inserviente deve praticare dei lanci di allenamento. È utile abituarsi alla confidenza dell’abisso e a disprezzare la sicurezza del velivolo qualora, in caso di guerra, si debba affrontare lo sbaraglio”[11].
C’è – anche se non confessata – una consapevolezza della fragilità del volo, dell’inaffidabilità degli apparecchi dell’epoca, condizione comune a tutti coloro che volano in quegli anni: meglio sapersi buttare col paracadute, hai visto mai?
È un campo di volo molto disciplinato e Beonio Brocchieri lo apprezza: si dimentica la sciarpa nella carlinga ma la sentinella gli punta la baionetta e deve intervenire l’ufficiale di picchetto: «Disciplina di ferro, ma mi piace» confessa. Comunque è un mondo che lo affascina, che lo prende (tutto appartiene allo Stato?): «Sono stordito: mi gira la testa. Impressione di trovarmi in un paese dove tutto il sistema dei valori sociali è sconvolto e capovolto. Oh, confine del Dnjester eri ben profondo!»[12]. Le file per il pane (chleb), la visita al museo della rivoluzione:
Vi sono interi reparti fotografici che vorrebbero dimostrare le fasi della guerra civile e le atrocità commesse a danno dei bolscevichi da parte dei bianchi e degli antirivoluzionari. Si sorpassa ogni limite di decenza nella esibizione di nudità cadaveriche, di mutilazioni oscene, di carneficine macabre. Roba da far venire il capogiro e che rovescia la digestione. Qui davanti vengono condotte sistematicamente squadre di giovani e di bambini ai quali appositi ciceroni impartiscono il commento di classe. Scuola ufficiale per la fabbrica dell’odio di classe. È parte essenziale del programma educativo sovietico[13].
E poi la folla per strada: «Hanno torto quelli che descrivono la folla delle città russe come un torrente di straccioni. Poveri, ma puliti: semplici ma in ordine»[14]. E quella nota costituente il regime che tutti i viaggiatori non possono non vedere: la differenza tra i civili e i militari. La si nota sulla spiaggia di Odessa, dove «certi adolescenti smorti, nervosi, proni sulla sabbia ti confessano il tormento delle scapole denutrite contro i grani della spina dorsale. Tremenda carestia del 1932; di cui restano le tracce. Ci sono invece dei soldatoni coi muscoli di bronzo e la testa rasa che dormono tranquilli poggiando il gomito peloso sulla divisa ripiegata a guanciale. Mangiano in caserma quattro volte al giorno»[15].

Ma come descrivere ai lettori italiani la vera, autentica, decisiva differenza tra il sistema comunista e quello capitalista? Beonio Brocchieri a questo punto fa un’operazione semplice: chiede ai russi se sia possibile per un professionista, un medico ad esempio, aprire uno studio privato ed avere dei clienti, praticare quindi un mestiere per profitto. Lo chiede ad un ebreo e ad una donna. Le risposte sono inequivocabili e anche le reazioni dell’aviatore scrittore: «No, questo da noi non è ammissibile. Cercando di lucrare e speculare sopra una clientela privata, voi dimostrereste una completa mancanza di spirito collettivistico», gli dice l’ebreo[16]. Ma, per aprire uno studio privato, serve un locale:
Da noialtri non esistono abitazioni urbane disponibili. Tutti i vani sono municipalizzati. Se possiedi un libretto di lavoro che comprovi la tua appartenenza ad una pubblica azienda puoi conseguire un alloggio entro la misura di sei metri quadrati a testa: così come ottieni la tessera per l’acquisto giornaliero di pane e companatico. Altrimenti vai a dormire sotto il ponte e mangi lucertole[17].

Così gli risponde la ragazza. «E siete soddisfatti?», chiede: «“Nel giornale c’è scritto sempre che oggi dobbiamo fare i sacrifici per preparare la grande società proletaria, ma che in avvenire tutto sarà meglio”. Anche lei ha detto “bùdet”, sarà, tempo futuro del verbo essere». Il russo nuovo della rivoluzione come l’italiano nuovo di Mussolini: cambia il colore, non l’obiettivo. E poi “bùdet” e “nicevò” (non importa) sono due vocaboli che ricorrono spesso anche nelle memorie dei reduci di Russia.
Il soggiorno ad Odessa («Tirocinio e noviziato»[18]) è il pretesto per organizzare una prima analisi critica dalle basi della società sovietica, del contrasto con il collettivismo (anche nella gestione delle vacanze e delle cure termali, dove tutto è regolato dall’alto) e di quella che lui ritiene essere la mancanza di libertà. Un convinto comunista gli oppone: «Voi borghesi non capite la profonda bellezza della nostra organizzazione: noi andiamo gradualmente eliminando la funzione del denaro». Però poi la moglie del comunista, attesa alla stazione, non arriva ad Odessa per raggiungere il marito e non si sa dove sia:
E magari è stato un semplice errore burocratico: nella baraonda dell’ufficio amministrazione hanno scambiato la sua scheda con quella di un altro; oppure non ci sono più posti liberi a Odessa e le hanno dato un biglietto per la Crimea o per il Caucaso o chi sa mai per dove. D’altra parte io sono inchiodato qui e non posso correrle dietro!
Questo basta per far dire a Beonio Brocchieri che «da noi le cose vanno diversamente». Uno ha i soldi in tasca di suo e va dove vuole a «godersi in pace la festa senza aspettare né tessere d’ufficio, né autorizzazioni burocratiche, né destinazioni prefisse di soggiorno». La risposta del comunista – cioè forse dello stesso Beonio Brocchieri – è lapalissiana: «Avete ragione, non ci avevo pensato»[19]. Illuminante è poi il commento alla parata di massa dei giovani schierati lungo la strada in attesa di alcuni eroi sovietici:
Grandioso, come quadro di masse: ma se frughi nelle file non vedi due uomini alla stessa maniera. Sono vestiti come Dio vuole, chi con la blusa, chi con la maglietta, chi con un camicione affibbiato alla cintola. Il senso dell’unità scaturisce dalla forza di schieramento, non certo dal rigore della divisa[20].
Il paragone con la milizia fascista in camicia nera è impietoso: quel “forza di schieramento”, contrapposto alla mancanza di rigore formale dei giovani sovietici, rivela tutto il senso di superiorità vacuo che le prossime vicende belliche contribuiranno a smontare, ma che alla metà degli anni ’30 conserva tutto il suo appeal come cemento della propaganda fascista. C’è una sola rivoluzione che funzioni nel ‘900, ed è quella di Roma. E quando un milite gli offre un opuscolo dal titolo Entusiasmo, Beonio Brocchieri si chiede: «Questo popolo si sente già tanto sicuro della vittoria? Sulla carta sì», è la risposta[21]. Ma poi più avanti il dubbio, liberatosi della dottrina, riprende il sopravvento:
Ma non è facile orientarsi, Invidio coloro che osano, dopo il contatto di rapide impressioni, formulare giudizi definitivi. Io invece traggo un senso di smarrimento, come chi intuisce la presenza di una realtà che non si lascia afferrare nei suoi contorni. Qui non si trova germe di vita che non nasconda contraddizioni. Ho ascoltato parole saettanti di ottimismo sulla bocca di creature pallide e incerte, ho letto profezie lapidarie e giuramenti di eternità su fogli di carta volante. Altri a bassa voce, facendomi giurare silenzio, mi hanno confidato la disperazione dei giorni insopportabili. A chi credere?
Sono dubbi da studioso, da osservatore laico, pur da intellettuale coerente col Regime. E poi:
Tutti coloro che dai Paesi dell’Occidente hanno varcata questa frontiera hanno condotta con sé la grande interrogazione che morde il cuore dei tempi: sapere se questo colore vermiglio segni crepuscolo mattutino o tramonto di civiltà, risolvere con una semplice alternativa la tremenda complessità del quesito: vincono o perdono? Si salvano o muoiono? Camminano verso un avvenire o ripiegano sul passato? Si può ragionare di vittoria o di sconfitta solo quando la partita sia conchiusa: ma fin che una massa possiede muscolo e sangue, finché un popolo anche affamato, anche miserrimo, vanta il privilegio dei giovani, nessuno può sentenziare l’ultima verità. La battaglia continua. Meglio stare ai frammenti. Non oso sparare sentenze, sputare giudizi[22].
La missione di far conoscere una terra sconosciuta, l’alternativa storica al fascismo, si scioglie spesso in un misto di ammirazione e di stupore. Ci sono il mondo materiale e quello spirituale che confliggono tra di loro:
C’è in questa gioventù sovietica una frenesia di conoscere cose d’oltre confine, una sete disperata di sapere come noi viviamo, come ragioniamo, come siamo organizzati socialmente. Stanno segregati dal mondo: sono all’oscuro di tutto. Rivolgono interrogazioni di una ingenuità senza limiti. “Quanto guadagnate al mese? Quanto costa da voi un chilo di burro? L’Italia possiede colonie in America? Quanto pane potete comprare con una tessera? Quanti disoccupati sono morti di fame a Berlino? È vero che il Papa comanda un enorme esercito agli ordini dei capitalisti?”.
Così si è sentito chiedere dagli avieri dell’aeroporto di Rostov, i quali formalmente si distinguono poco dagli ufficiali, che «sono vestiti esattamente come gli uomini di truppa, con una grossa divisa color terra e polvere: il grado si distingue solo per le mostrine»[23]. Anche questa annotazione è significativa per chi proviene da una forza armata come quella italiana, classista e strutturata gerarchicamente in modo marcato, anche da un punto di vista formale. Tutte le osservazioni di Beonio Brocchieri sulle dotazioni militari sovietiche sono convinte:
Queste caserme paiono prismi di calcestruzzo abbacinati dal sole meridiano. Sagome rigidissime senza modulazioni ornamentali, senza compiacenze estetiche e decorative. Esprimono una crudeltà elementare, una innocenza disumana, un terrore gelido, una volontà spersonalizzata. Stanno bene sopra un campo d’aviazione deserto e piatto destinato ad ospitare ordigni micidiali. Nessun stile ha mai raffigurato in maniera più rigorosa e potente la necessità della guerra.
Così deve essere, pensa Beonio Brocchieri. C’è del razionalismo, del senso pratico: le forze armate sono le pupille del comunismo. Questo concetto arriva chiaro e potente anche da un’altra visione all’interno della caserma:
E poi esiste la biblioteca. Alcuni militi stanno leggendo la famosa opera di Stalin “Problemi di leninismo”. I soldati hanno l’obbligo di compiere il loro tirocinio marxista sui testi dogmatici. La ferma è anche un periodo di noviziato politico. La caserma è soprattutto un seminario[24].
Lo scrittore aviatore è però affascinato dall’attrazione e repulsione fra lui e i russi:
La psicologia di questo popolo è come il terreno di certi campi d’aviazione che asciugano immediatamente dopo un uragano. Ieri si crepava di fame, oggi va meglio: e allora ci godiamo la vita. Trionfo di Epicuro. Hanno disimparato la malinconia. Non si spaventano più di niente[25].
C’è una continua danza tra il singolo e il contesto sociale, dal quale non riesce a staccarsi e che forse lo condiziona nel giudizio finale:
Da un lato la cortesia individuale delle persone incontrate suscita nell’ospite quegli impulsi di cameratismo e simpatia a cui si alimenta il cuore umano oltre i limiti di ogni frontiera politica, di ogni divergenza dottrinale. Ma dall’altro, questa atmosfera ha un che di volutamente ostile[26].
È lo stesso sentimento che proveranno i soldati italiani qualche anno dopo, tra la profonda simpatia umana per l’animo russo e l’ostilità di un ambiente geografico ed esistenziale che viene percepito persino più alienante che ostile. Ma la calamita è forte:
Qui vive il culto della modernità nelle sue espressioni più fanatiche e romanzesche. Quanto più intimamente vengo a contatto dei giovani russi, tanto più li amo e li stimo. E se mi irrita la polemica oltraggiosa del marxismo ufficiale, mi incanta la freschezza d’animo, lo slancio ingenuo e vigoroso di questi adolescenti, di questi soldati, di questi aviatori. Non sono nati per essere lavoratori di fabbrica, né burocrati di tavolino. Il ritmo impiegatizio di questa farraginosa instaurazione va contro la natura, contro l’istinto e contro le forze della vita[27].
Acciaio, ferro, cemento, elettricità: cose volute da Lenin, ma «questo è un ideale buono per i professori di filosofia marxista, non per i giovani che amano la foresta, l’oceano, l’aeroplano, il carro d’assalto»:
Il russo non è sedentario: è nomade e guerriero. Io comprendo che questi giovani amino sopra ogni cosa la vita militare e trovino rifugio agli stenti, alle miserie della realtà presente in un segreto anelito di guerra. Non saranno mai bravi lavoratori nel senso occidentale della parola[28].
Perché i russi sono un «popolo romantico, popolo lirico fino al midollo delle ossa»[29]. E non manca un ritornello che tanti occidentali ripeteranno, circa la torsione innaturale imposta dalla storia al popolo russo: «Vogliono educare questo popolo al materialismo e all’odio di classe. Vogliono fare di questa gente tanti impiegatucci della burocrazia statale. Imperdonabile errore»[30]:
La Russia è divisa in due piani, c’è una Russia ufficiale e c’è un’altra Russia. Da una parte sta Mosca con le sue leggi e la sua polizia, dall’altra parte sta il popolo col suo cuore e la sua impulsività. Mi interessa la seconda cosa assai più della prima. Di giorno in giorno mi accorgo che in un certo senso l’una è il rovescio esatto dell’altra[31].
Un regime imposto dall’alto: «Sotto la crosta del comunismo legalitario rinasce il gusto della vita clandestina: campare di espedienti. Hanno messo in piedi un sistema troppo macchinoso!»[32]. Il fine ultimo di queste riflessioni è separare la gente dal governo, dal sistema: «Il temperamento slavo è mille volte più vivo, più ricco, più fantasioso, più produttivo, che il temperamento del filosofo Carlo Marx, sul quale si vorrebbe stereotipare tutta la vita di un immenso popolo»[33]. Insomma, i russi sì, i comunisti no: è quello che intuiranno istintivamente gli stessi soldati italiani durante la guerra. Beonio Brocchieri parteggia per l’uomo russo:
L’individuo è un atomo anonimo travolto dalla catena immane di queste forze impersonali. Per chi lavora? Per chi produce? Quello che opprime è il senso impersonale, meccanizzato di tutta l’esistenza. Come surrogato della gioia, vale il fracasso obbligatorio di una propaganda ufficiale. Anche l’entusiasmo è statalizzato. Se non ti cacci a urlazzare l’elogio del bolscevismo crepi di fame o finisci in galera[34].
C’è sottinteso un voler rimarcare la netta differenza tra i due sistemi totalitari:
Qui tutto gira a forza centrifuga di propaganda. Se non ti armi di spirito critico e non vagli a tempo le conclusioni, resti spazzato via. Ti danno come realtà quello che è il sogno dell’avvenire. Pancia vuota e cervello nella stratosfera, ecco la nuova generazione russa[35].
Fin qui niente di nuovo: molte corrispondenze dei cronisti e degli osservatori di Roma parleranno di propaganda dominante, senza fare alcuna autocritica. Ma il viaggio di Beonio Brocchieri è un viaggio dentro la profondità, alla ricerca dello spartiacque, appunto, tra sogno e realtà. Quindi, se la sua missione è comprendere al di sotto della crosta ufficiale della propaganda (cioè di quello che il regime vuole fargli vedere), le pagine che seguono, quelle immerse nella Siberia, illuminano e glorificano la realtà immutabile, ossia la natura profonda della Russia, le sue immense potenzialità e il suo ritardo secolare rispetto al mondo occidentale. Vastità e tempo che si coniugano in modo diverso:
Penso alla lotta dei pionieri, alla robustezza del cimento ingaggiato da squadre di esuli per colmare con due rotaie di ferro l’abisso del deserto sarmatico. E soltanto oggi, alla visione diretta di questo teatro geografico, capisco quanti errori debbano essere sfatati, quanti luoghi comuni debbano essere riveduti sulla Russia, delle sue possibilità, del suo destino. Altro è guardare il mondo dalla carlinga di un aeroplano, altro è giudicarlo traverso le pagine degli atlanti. Questi ultimi ingannano, perchè offrono l’illusione di una immensa abbondanza territoriale. Quando tu osservi invece dalla cellula volante lo sforzo delle coltivazioni attrappite intorno al binario, la corsa dei paeselli miseri, impauriti, affamati che si stringono accanto alla grande via ferrata [Transiberiana] dalla quale attendono rifornimento e protezione, allora le idee improvvisamente si chiariscono, la realtà economica, sociale di questo paese si rivela nel suo corpo concreto, si precisa la sua misura logica. La Russia non ha abbondanza di terra coltivabile e colonizzabile. Perché si può trar profitto dal suolo solamente quando lo si abbia in qualche modo a portata di mano, quando si riesca per qualche via ad alimentarlo, a fertilizzarlo. Ma qui non è così. La apparente immensità continentale risulta dal calcolo astratto di dimensioni. Utopia cartografica.
La civiltà insomma corre sui binari e altrove è il selvaggio. E sul selvaggio non costruisci niente, la terra vergine per l’economia non esiste, è un punto su una cartina e basta: «Tutto intorno a questo binario si propaga un Oceano disabitato». Il resto sono isole:
Così dicasi dei punti dove si estrae il minerale aurifero. Così dicasi delle zone strategiche o petrolifere sul confine persiano-afgano e anche dei posti di caccia artica lungo le rive dell’oceano glaciale. Vere isole raggiungibili navigando per settimane lungo fiumi o per mezzo di posta aerea, o di tronchi ferroviari lanciati su alluvioni di sabbia. Ecco la gran verità confermata dal vecchio proverbio russo “la terra non nutre il suo uomo”. Così si spiegano la miseria del passato e la fame del presente e l’eterno dramma dell’uomo[36].
Paese troppo grande – sembra intendere l’autore – per le possibilità umane e per le speranze comuniste. Però tocca con mano gli sforzi di quegli uomini, la costruzione «che sa di cemento e di intonaco fresco» degli aeroporti:
Ora la mia mente ricorre al grande mito romantico della Siberia, quello che per secoli è stato creato dagli artisti di questa terra forte e desolata: il mito dei deportati, dei ribelli. Il romanzo delle grandi lontananze, delle marce infinite: l’epopea della colpa e del perdono e della redenzione. Una delle creazioni più alte del genere umano. Non so se la Russia di oggi sarà capace di cantare il dramma e la passione di questi suoi figli nuovi così come fu cantata negli anni vecchi di ansia di altri pionieri, di altri camminatori. Forse manca il poeta. Ma esiste già la materia del poema: altissima, incandescente[37].
L’arrivo ad Omsk dopo una tempesta regala a Beonio Brocchieri l’ennesimo impatto con la donna rivoluzionaria, l’interprete, «una timida, impacciata creatura che non sostiene lo sguardo, sorride sempre, inghiottisce saliva prima di mettere fuori parola e non sa dove tenere le mani», ma che all’università si sta specializzando in «alto esplosivo, bombe, guerra batteriologica e gas asfissianti»[38], risponde all’esterrefatto pilota viaggiatore. Col dubbio che queste interpreti siano in realtà delle spie: «Ciò che domina in questo paese è la presenza di una autorità misteriosa della quale ti accorgi in maniera impreveduta. È come se nell’aria si aprissero continuamente pupille che ti sorvegliano»[39]. Netto il giudizio sulla rivoluzione:
Fabbricare la felicità di massa: organizzare il mondo come uno spaccio di derrate a prezzo minimo. È legittima questa aspirazione? I popoli hanno sempre anelato alla felicità, ma non erano ordinanze della polizia. Invece qui vogliono mutilare le anime, rompere l’incantesimo. Qui si imbandisce il baccanale di Stato, si prescrive la risata obbligatoria, si organizza la gioia coatta. È una crociata di atei volta a distruggere coll’arma della bestemmia, col tamburo del fanatismo plebeo, le sante, millenarie radici della malinconia slava. Invece questo popolo ha sempre avuto bisogno di piangere, la Pasqua del dolore è stata il rito più alto della sua consolazione. La corona del martirio gli ha conferito una gloria di regalità. Con essa si è sentito vittorioso nella desolazione: ricchissimo nella miseria. La miseria c’è ancora. Ma in cambio della corona cosa gli viene offerto? L’uso delle automobili? Ma se basta una scarpata per farle precipitare. I dati della scienza? Ma sono più ingannevoli della scienza. La speranza di felicità economica? Ma diciassette anni di carestia e di attesa dovrebbero aver spente molte illusioni. Eppure il popolo si salverà: la vera eterna Russia si salverà. Perchè lo spirito deve riprendere il sopravvento[40].

Lo spirito è quello cristiano, quell’eterno e sottile filo di superiorità morale della civiltà millenaria di fronte a crociate diverse. Ma ecco apparire un mostro:
Si corre per una strada guasta e polverosa verso la città. Incrociamo parecchi autocarri che portano materiale da costruzione e gruppi di operai che marciano a piedi. È strano che io non abbia mai il piacere di incontrare per le strade di Russia un bel carro di fieno, di assistere ad una scena di vita agricola gioconda, paesana, ristoratrice. Tutta l’atmosfera è dominata da un colore di metropolismo industriale. Sembra che il mondo esista soltanto ad onore e gloria degli operai: i contadini contano zero[41].
Il mostro è la civiltà industriale portata al suo estremo, che contrasta con il desiderio agreste e idilliaco di un sogno che non esiste più, ma che sarà quel pugno di ferro usato in guerra contro gli invasori. Ed eccoli i guerrieri sovietici, ecco come Beonio Brocchieri capisce e descrive l’arma aerea[42]:
Uno stormo parte: sono esercitazioni di bombardamento. Usciamo anche noi per la porta che mette al poligono di manovra. Mi trovo in mezzo agli apparecchi dove una squadra di mitraglieri sta lubrificando le piazzole di puntamento. Per quanto io posso capire questi aeroplani non sono di modello molto progredito, né possono sviluppare gran velocità: biplani R5, con motore in linea da seicentocinquanta hp: su per giù le stesse caratteristiche del vecchio Fokker [tedesco] da ricognizione: ma in quanto semplici, devono essere di facile e pronta costruzione. Politica militare di massa. Come da un capo all’altro della Russia si fabbricano piloti a centinaia e centinaia per settimana, così – in caso di bisogno – le officine possono rovesciare sui campi montagne di velivoli[43].
Numeri e massa, politica di potenza e pugno di ferro:
Qualche volta noi in Europa ci domandiamo come sia possibile a un Governo tenere sotto disciplina un territorio immenso che va dai confini della Polonia a quelli del Pacifico. Solo viaggiando sul posto e toccando con mano la realtà si chiariscono le idee, si comprende la ragione semplicissima di cose in apparenza misteriose. La Russia è un allineamento di pochi punti strategici, di pochi transiti obbligatori. Basta bloccare i varchi: il paese si tiene in pugno e si dirige come una centrale telefonica[44].
La Russia, infatti, è un mare di terra. La Rivoluzione ha creato un sistema chiuso e impenetrabile, che in guerra darà i suoi frutti:
Nessun privato possiede automobili, nessun contadino è in grado di noleggiare un calesse. Monopolio universale di tutti i servizi. Per questo è tremendamente difficile viaggiare di propria iniziativa. Bisogna battere contro la realtà della vita per capire che cosa sia in pratica il bolscevismo. La Russia è ridotta a un mastodontico sistema tubolare: una posta pneumatica ramificata a milioni di condutture: ogni individuo deve filare dentro il cunicolo di una concessione di stato. Appena cerca un’uscita indipendente, trova tutto bloccato. È come dare la testa contro un muro di ferro[45].
Beonio Brocchieri afferma che il sistema tiene il paese in una morsa:
Se ripenso agli incontri individuali, traggo un senso di viva, grandissima simpatia per questo popolo mite, bonario, rassegnato, cordiale. Ma se ripenso all’atmosfera sociale, ai principi dell’organizzazione giuridica, al tono economico della vita dentro cui questa congerie umana si trova tuffata e immersa, il mio giudizio cambia. Il più bel momento del viaggio mi pare questo nel quale vedo profilarsi la linea del confine e sono sul punto di uscirne. È come evadere da un incubo[46].
Nelle note finali Beonio Brocchieri disegna l’isolamento del popolo russo: «Diciotto anni di lunga clausura», di «imprigionamento coatto dei centossessanta milioni [di abitanti]», che però «costituisce una condizione indispensabile al mantenimento dell’ordine interno» perché, se ci fosse la libertà di uscire liberamente dal paese, i paragoni farebbero crollare la realtà della propaganda sovietica. Ma soprattutto l’autore coglie un risultato rivoluzionario molto chiaro, l’annullamento della storia, la perdita di memoria, ottenuto con quei metodi:
In Russia vive oggi una generazione che non ha termini di confronto per valutare il proprio stato. Il passato non esiste più; chi poteva ricordare è sparito; se qualcuno sopravvive, è costretto a tacere. Di quello che avviene fuori tutto si ignora[47].
Beonio Brocchieri capisce che c’è una generazione nuova, quella contro la quale si schianterà la guerra del’Asse. La dura realtà della costruzione del socialismo reale pone una domanda: «Dopo un ventennio di travaglio rivoluzionario possono dirsi questi risultati soddisfacenti?». La risposta è sorprendente, sia perché coglie il carattere distintivo della Russia sovietica staliniana, sia perché questa risposta è totalmente deresponsabilizzata, quasi decontestualizzata:
Ci sono a guardia del confine i cannoni, le mitragliatrici, un forte apparato bellico. Materiali pagati con la fame degli operai e dei contadini. Se lo consideri come atto di disciplina nazionale, di fede patriottica, di olocausto guerriero, è magnifico, superbo, è degno di un grande popolo. Se lo consideri invece in rapporto ai principi teorici della propaganda comunista, si appalesa come una contraddizione insanabile. Il paese più guerriero del mondo, il paese che sacrifica il midollo dei suoi cittadini all’unico ideale, all’unica necessità della preparazione armata, si ostina a bandire proteste contro lo “spirito bellicoso dell’imperialismo borghese”. La rivolta comunista era scoppiata sotto la spinta di un mito internazionalista, antimilitare, egalitario. Oggi tutto questo è rovesciato. Quanto di meglio si può riscontrare nelle forme dell’educazione sovietica è la rinascita di un chiuso, fanatico, spirito d’assalto e di conquista. Per galvanizzare le masse giovanili hanno dovuto imprimere un tono guerresco, una nomenclatura militare anche ai momenti della vita economica, al ritmo della esistenza quotidiana. Tutto lo sforzo della cosiddetta pianificazione è colorito da simbolismi strategici (fronte economico, brigate d’assalto, attacchi e contrattacchi, cavalleria leggera del partito, avamposti per l’elettrificazione). Il concetto di “patria” che si era nei primi tempi ripudiato come “antiproletario”, viene oggi rimesso ufficialmente in onore. Non si esprime solamente con il vocabolo stranà, che significa “paese” in senso piuttosto geografico ed estensivo: ma con la parola otiècestvo, che contiene la radice filologica di otiètz (padre) e richiama virtualmente il vecchio motto “sa vièru, Tzarià i otiecestvo” (per la fede, lo Zar e la Patria) gridato dai soldati dell’Armata Imperiale. Società di tipo squisitamente guerriero-burocratica»[48].
È già la “Santa guerra patriottica”. Nel 1934 la psicosi dell’aggressione e la salita al potere di Hitler hanno fatto dell’URSS un paese sulla difensiva, che tenta di proteggersi. La militarizzazione della società sovietica come risposta alle esigenze staliniane, all’interno della scelta strategica dei piani quinquennali, è colta con lucidità, ed è figlia di un ventennio di accerchiamento della Rivoluzione, mentre la necessità di creare una nuova classe dirigente comunista è vista paradossalmente come un tradimento degli ideali del ’17, quando Beonio Brocchieri spiega che, «nonostante la dichiarazione del luglio 1918 che proclamava abolite le differenze di classe e sanciva la dittatura del proletariato, tutti desiderano sfuggire la condizione dei veri ed autentici “proletari”, cioè di quelli che si incalliscono le mani con falce e martello»:
Durante i giorni di mia permanenza a Mosca mi hanno condotto a visitare un ricreatorio scolastico. Trenta o quaranta giovinetti. Ho abbozzato una inchiesta, domandato che progetti avessero per l’avvenire. Uno risponde: “voglio diventare chimico”; un altro “voglio entrare nell’Armata Rossa”. Un terzo farà l’aviatore, un quarto il maestro, e poi l’astronomo, il musicista, il medico, il marinaio. Non uno solo ha dichiarato di voler diventare operaio o contadino. E questa si chiama la repubblica degli operai e dei contadini[49].
Questo è «tutto quanto si può concepire di più “borghese” nell’anima, nella vita, nelle aspirazioni, nei gusti, nel carattere», afferma il politologo/scrittore aviatore, che nei suoi dubbi coglie l’essenza: la mancanza storica di una classe media che il sovietismo sta costruendo anche se su basi diverse. Poi si scaglia contro questa contraddizione affermando che da due secoli la cultura occidentale svolge la sua funzione primaria nella critica del sistema borghese, «una guerra mossa per criticare il difetto della mentalità borghese, il filisteismo della morale corrente. Abbiamo già esaurito sino in fondo il processo contro noi stessi»[50].
Ma, nel segnalare gli eroi di questa guerra (Nietsche, D’Annunzio, Schopenhauer, France e Pirandello), Beonio Brocchieri non coglie affatto la visione “di destra” di questa battaglia. Visione confermata dalla convinzione che la rivoluzione stia lì a «fabbricare una tipica mentalità borghese da imporre alla massa del popolo», che sta in piedi se è critica della nuova aristocrazia sovietica attorno al partito comunista, ma che mostra i suoi limiti se «in ciò è rivelatrice l’orientazione del diritto e della morale sovietica nei riguardi della “pretesa emancipazione femminile”. Inaugurando oggi una polemica che la nostra cultura ha esaurita nel corso dei centocinquantanni. È un mondo angusto spiritualmente, senza vie d’uscita»[51]. Toccherà alla guerra chiarire tutto questo.
[1] Vedi https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-beonio-brocchieri_(Dizionario-Biografico)/#google_vignette.
[2] «Cronista volante, volante uomo di studi e biblioteche», come lo descrive nella recensione del libro il giornalista Virgilio Lilli, il quale argutamente spiega che da questo libro «vengono fuori due paesi: quello dell’aviatore e quello del giornalista. Il primo è colto attraverso ai giri vertiginosi dell’elica, il secondo è visto da terra; il primo è più immaginoso, più concreto il secondo» (Virgilio Lilli, Beonio Brocchieri in Russia, in «Corriere della sera», 23 novembre 1935).
[3] Gli articoli inviati al «Corriere della sera» vengono pubblicati dal 18 settembre 1934 al 17 marzo 1935. Nel coevo libro sono aggiunti alcuni brani non pubblicati dal giornale. Il viaggio in Russia ha luogo nell’estate 1934, mentre al suo ritorno in patria Beonio Brocchieri tiene a Milano alcune conferenze sulla propria esperienza in Unione Sovietica.
[4] Sul Caproni 100: https://www.alieuomini.it/catalogo/dettaglio_catalogo/caproni_ca,73.html; https://www.youtube.com/watch?v=pFR-KMz-bOg&t=624s; https://www.youtube.com/watch?v=dewypAYNs6U; https://www.youtube.com/watch?v=T_U20CwZ9vY.
[5] Vittorio Beonio Brochieri, Il mio volo traverso la Russia Sovietica (al vento delle steppe), Hoepli, 1935, Premessa.
[6] Rimandiamo a due recenti lavori in merito: Domenico Guzzo, Il decollo dell’aviazione italiana. Propaganda, dibattiti e saperi tra le due Guerre, Carocci, Roma 2025; Jonathan Pieri, L’aviazione di Mussolini. Politica del personale e fascismo nella Regia Aeronautica (1924-1940), Viella, Roma 2026.
[7] V. Beonio Brochieri, Il mio volo traverso la Russia Sovietica, cit., 19.
[8] Ivi, p. 7.
[9] Ivi, p. 8.
[10] Fra i vari testi in merito, vedi Marina Rossi, Le streghe della notte. Le volontarie dell’aria nella Russia in guerra (1941-1945), Unicopli, Milano 2003.
[11] V. Beonio Brochieri, Il mio volo traverso la Russia Sovietica, cit., p. 10.
[12] Ivi, p. 12.
[13] Ivi, p. 15.
[14] Ivi, p. 22.
[15] Ivi, p. 24.
[16] Ivi, p. 19.
[17] Ivi, p. 26.
[18] Ivi, p. 41.
[19] Ivi, p. 37.
[20] Ivi, p. 40.
[21] Ivi, p. 41.
[22] Ivi, p. 43.
[23] Ivi, p. 48.
[24] Ivi, p. 50.
[25] Ivi, p. 57.
[26] Ivi, p. 71.
[27] Ivi, p. 72.
[28] Ivi, p. 73.
[29] Ivi, p. 74.
[30] Ivi, p. 82.
[31] Ivi, p. 84.
[32] Ivi, p. 85.
[33] Ivi, p. 87.
[34] Ivi, p. 100.
[35] Ivi, p. 103.
[36] Ivi, p. 134.
[37] Ivi, p. 141.
[38] Ivi, p. 138.
[39] Ivi, p. 149.
[40] Ivi, p. 154.
[41] Ivi, p. 158.
[42] A Krasnojarsk, sul campo d’aviazione, Beonio Brocchieri conterà 230 apparecchi parcheggiati, «gran concentrazione di aeroplani distribuiti ala contro ala, in ordine triplo, sopra una profondità di due chilometri», e avrà parole di ammirazione per gli aviatori russi: «Gli ufficiali sovietici salutano come tutti gli altri, portando la mano alla visiera: facce energiche, risolute, intelligenti; e quasi tutti giovani» (ivi, p. 156).
[43] Ivi, p. 163.
[44] Ivi, p. 171.
[45] Ivi, p. 182.
[46] Ivi, p. 303.
[47] Ivi, p. 308.
[48] Ivi, p. 311.
[49] Ivi, p. 311.
[50] Ivi, p. 312.
[51] Ivi, p. 313.
