Max David inviato di guerra sul fronte orientale
di Fabio Fattore
«Vidi i cadaveri dei bambini russi morti di fame e insepolti ai margini delle strade»[1]. Su quelle stesse strade, il giornalista Max David ammirò le divisioni tedesche avanzare sicure verso la vittoria e non dubitò che l’avrebbero ottenuta: «Però, non so perché, di fronte a certi spettacoli, sentivo la mia coscienza mormorare di tanto in tanto: per la miseria, e se Iddio esiste sul serio?»[2]. Nei suoi viaggi sul fronte orientale, David assistette a soprusi e brutalità, violenze sui civili, uccisioni in massa di ebrei. Si tenne tutto per sé, senza poterne fare parola sul suo giornale, lo tirò fuori dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 per alcuni articoli di propaganda antinazista, poi lo chiuse di nuovo nella coscienza. Non ne scrisse più: «Questo pensiero, se Iddio esiste sul serio, mi ha accompagnato, assillato e disturbato durante tutto il tempo in cui ho seguito i tedeschi»[3].
David, romagnolo di Cervia (Ravenna), nel 1941 aveva 33 anni ed era un inviato di punta de «La Gazzetta del Popolo», storico quotidiano di Torino tra i cinque più venduti in Italia. Scanzonato nella vita come sul lavoro, incline alla battuta e alle relazioni amichevoli con tutti, era stato corrispondente di guerra in Africa orientale, Spagna, Libia e Balcani. In Unione Sovietica godette di una relativa libertà di movimento, che gli permise di vedere più di molti suoi colleghi. I giornalisti italiani destinati al fronte orientale, infatti, o erano richiamati alle armi e inquadrati nei nuclei del Corpo di spedizione e poi dell’Armata, oppure risiedevano a Berlino, dove attingevano notizie dai ministeri e occasionalmente erano condotti in visita nei territori conquistati.
David apparteneva a un terzo genere: accreditato presso i romeni, più disponibili rispetto a tedeschi e italiani, visitò anche i reparti della Regia Aeronautica e spesso fece coppia con Leone Concato dell’Ente Stampa – un’agenzia al servizio di testate provinciali – che pilotava un aereo da turismo per spostarsi lungo il fronte. David fu presente alla campagna di Russia dai giorni dell’invasione fino all’inizio del 1943; tra i primi giornalisti a entrare a Odessa e Sebastopoli, si spinse alle porte di Stalingrado grazie a un lasciapassare romeno, mentre i tedeschi gli avevano vietato di superare il Don.
Propaganda antifascista
David diede testimonianza di ciò che aveva visto e taciuto sul fronte orientale durante un lungo soggiorno in Spagna, dove «La Gazzetta» lo aveva mandato nel marzo 1943. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, cessò i rapporti con la redazione e non aderì alla Repubblica sociale, ma si legò all’Ambasciata d’Italia che, nonostante la scissione di una minoranza fascista, era rimasta fedele al re. In una nota biografica del 1977 composta per il libro Giornalaccio romagnolo ma inedita, sostenne di essere stato bloccato a Madrid perché le autorità spagnole gli negarono il visto di rientro, a meno che non avesse scelto di andare nella Rsi: una spiegazione plausibile, considerando la politica ambigua ed equidistante di Franco, che aveva riconosciuto il Regno del Sud ma non poteva inimicarsi la Germania.

Era anche vero, però, che David avrebbe avuto tutto da perdere e niente da guadagnare se mai fosse riuscito ad attraversare il Mediterraneo senza finire internato in un campo del Nord Africa per arrivare nell’Italia sotto il controllo degli angloamericani, dove non aveva né lavoro né casa né famiglia. A Madrid era al sicuro: aveva un impiego all’Ambasciata con un ottimo stipendio di 3.000 pesetas al mese, era riuscito a ricongiungersi con la fidanzata conosciuta nel 1941 in Bulgaria e l’aveva sposata, poteva costruirsi una posizione per il futuro.
Nel novembre 1943, in «una rudimentale tipografia in un sotterraneo di Madrid»[4], David diresse e pubblicò il primo numero del «Bollettino d’Italia», che però fu subito soppresso. Dall’1 gennaio 1944 curò «La Circolare» del Regio Consolato, che uscì con cadenza irregolare per un totale di 42 numeri fino al 3 maggio 1945, con la notizia della capitolazione dei tedeschi in Italia. Gli articoli erano tutti anonimi, ma gli valsero problemi: fu «arrestato tre volte, ma per poche ore»[5]. David conservò l’intera collezione, che dopo la sua morte nel 1980 sarebbe stata donata dai familiari alla biblioteca di Cervia insieme al resto dell’archivio personale.

Su «La Circolare» David tornò con qualche accenno alla sua esperienza di inviato, ma l’affrontò meglio altrove. Il fondo custodisce infatti gli originali di 10 articoli: 6 numerati dal quarto al nono, 4 senza numerazione e tutti, tranne uno, con un titolo. Il primo, Io sono stato con loro con il sottotitolo Pensieri e avventure di un corrispondente di guerra italiano nei Balcani e in Russia, potrebbe attribuirsi all’intera serie. Il pronome «loro» si riferiva, in senso spregiativo, ai tedeschi. Non è noto se furono pubblicati o meno; di sicuro non nei notiziari del Regio Consolato. Un indizio lo fornì lo stesso David in una lettera del 28 luglio 1945, dopo essere tornato in Italia, per chiedere alla società commissariata de «La Gazzetta» il pagamento di arretrati e liquidazione, elencando i propri meriti antifascisti maturati in Spagna.
Dichiarò infatti di avere «collaborato con numerosi articoli ai giornali alleati, specie americani»[6]. Avrebbe continuato questo suo impegno dall’agosto 1945 al giugno 1946, assunto all’Ufficio stampa dell’Ambasciata britannica di Roma. La serie Io sono stato con loro, databile tra settembre 1943 ed estate 1944, potrebbe essere uscita su giornali angloamericani di propaganda. David però avrebbe potuto conservarli per documentare la sua attività, come nella lettera sottolineò di avere fatto con il «Bollettino d’Italia» e «La Circolare», mentre nel fondo non ce n’è traccia. Gli articoli, per tono e contenuto, risentivano dello scopo di dimostrare la credibilità e la buona fede dei soldati italiani, vittime e non colpevoli di tradimento per come erano stati trattati dai loro alleati in ogni teatro di guerra.
Allo stesso tempo, dovevano denunciare l’assoluta mancanza di umanità dei tedeschi. Erano di propaganda come lo erano stati i servizi firmati fino al giorno prima su «La Gazzetta», sebbene di segno opposto, anch’essi soggetti a distorsioni e forzature. Non includevano un esame di coscienza sul ruolo che egli stesso aveva avuto come giornalista di regime. La sua domanda «se Iddio esiste sul serio?», più che rimandare a un tormento interiore, serviva ad accentuare le colpe dei tedeschi, mai definiti nazisti (semplicemente tedeschi: la guerra era in corso e David non sentiva il bisogno di fare distinzioni che, per quanto aveva visto al fronte, erano inesistenti).
«Per venti anni noi giornalisti italiani non abbiamo fatto che scrivere: va tutto bene» si limitò ad ammettere, senza sapersi spiegare come mai Mussolini, il quale leggeva «perfino i bollettini parrocchiali, non si sia chiesto se era veramente possibile che tutto andasse sempre bene»[7]. Non ci sarebbe stato niente da spiegare, se David non avesse considerato Mussolini un ingenuo, ingannato anche dai suoi giornali, e non un responsabile del sistema – così come i giornalisti ne erano stati strumenti e complici. A una vera autocritica non sarebbe giunto mai, come molti dei colleghi che mantennero un posto di primo piano nell’informazione del dopoguerra (David riprese la carriera di inviato al «Giornale d’Italia» e dal 1949 al «Corriere della Sera»).
Su «La Circolare», in un brano anonimo presumibilmente suo, ne uscì in maniera semplice: «Noi eravamo soldati di un regime dittatoriale ed i soldati debbono obbedire agli ordini, senza discutere»[8], come se un giornalista, soprattutto un inviato, fosse un coscritto e non avesse compiuto una scelta volontaria e consapevole. Per quanto fosse un giornalista scrittore, David non affrontò la questione in un libro: scrisse di costume, di Spagna, di Africa e della sua Romagna, mai di guerra. La rimozione continuò per tutta la vita. Il suo dubbio, se Dio fosse esistito davvero, rimase confinato al tempo trascorso con i tedeschi.
Italiani in Russia
Negli articoli di Io sono stato con loro, David mise spesso a confronto italiani e tedeschi, facendo risaltare il valore degli uni e la crudeltà degli altri. Il primo terreno su cui lo fece fu il trattamento riservato all’infanzia dalle forze di occupazione, capace di colpire la sensibilità tanto sua quanto dei lettori. Descrisse la scena di centinaia di bambini, scalzi e affamati, che si accalcavano attorno agli italiani durante la distribuzione del rancio per ricevere pane e mezza razione, mentre i camerati guardavano, ridevano e non capivano: «I soldati tedeschi non hanno mai riso con tanto sadico gusto»[9].
A Sofia, alla vigilia della campagna balcanica nell’aprile 1941, David aveva notato i militari della Wehrmacht a passeggio lungo il corso principale mentre regalavano dolci ai bambini, li accarezzavano e scattavano foto: «Mi sembrano molto gentili»[10], commentò nella hall con un ospite del suo albergo, un agente di commercio tedesco. L’interlocutore gli rispose con «un vago segno di disgusto»[11] che nelle Compagnie di propaganda, incaricate di curare l’immagine pubblica dell’esercito, c’erano anche gli addetti alla distribuzione dei dolciumi e alle fotografie per la rivista «Signal». David non ci pensò più finché a Stalino, Makejevka, Rostof e Kiev vide gli stessi militari che «con un calcio rovesciavano entro i fossati i bambini russi moribondi di fame e colpevoli del reato di domandare un pezzo di pagnotta»[12].
Per contro, il giornalista affermò di avere saputo, «in seguito ad una piccola inchiesta da me personalmente condotta»[13], di ufficiali e soldati italiani che avevano adottato trentadue bambini rimasti senza genitori, vicino all’aeroporto di Stalino, e di averne sentito uno, con le proprie orecchie, canticchiare una ninna nanna quando il suo non voleva dormire. Aggiunse, per dare più peso alla «piccola inchiesta», che la notizia poteva essere verificata sul posto, dal momento che Stalino – l’attuale Donetsk – era stata liberata dai sovietici nel settembre 1943.
David testimoniò le buone relazioni degli italiani con le ragazze e con i prigionieri. Le prime, «allegre, ma molto serie, oneste»[14], le vide al lavoro nelle mense ufficiali di Stalino, Krivoj Rog, Makejevka e Vorošilovgrad: «Si divertivano con gli italiani, senza concedere troppo. I tedeschi ci soffrivano, feriti nel loro orgoglio»[15], perché con la prepotenza non riuscivano a ottenere ciò che ai camerati era concesso grazie a gentilezza e buone maniere. Quanto ai secondi, parlò addirittura di «prigionieri volontari»[16] che fuggivano dai campi tedeschi per consegnarsi agli italiani, dove sapevano di essere trattati con umanità. In questo modo, David anticipava una lettura destinata ad affermarsi nel dopoguerra, che spostava l’attenzione dal ruolo scomodo di occupanti: quella dei militari italiani benvoluti dalla popolazione civile e dagli stessi nemici[17].
Ritratti di comandanti
David non si occupò quasi mai degli italiani quando era al fronte, tranne che per pochi servizi sui piloti da caccia e sui marinai dei Mas in Crimea: «La Gazzetta» aveva già un corrispondente, Ettore Doglio, mobilitato con il grado di capitano nel nucleo del Corpo di spedizione italiano in Russia (Csir). Da come ne scrisse in seguito, però, è chiaro che dovette conoscerli e frequentarli. Nell’ottobre 1941, David era rientrato alla sua base di Bucarest dall’Ucraina conquistata quasi per intero, mentre Leningrado era sotto assedio e Mosca minacciata. Stava battendo a macchina i resoconti del viaggio, quando lesse la notizia della conferenza tenuta a Berlino dal capo dell’Ufficio stampa del Reich, Otto Dietrich: la campagna poteva considerarsi di fatto decisa: «Dal mio giornale ricevetti l’ordine, ritrasmesso dal Ministero della Propaganda italiano, di trattare la Russia come un paese già vinto. Ricopiai gli articoli che avevo scritto mettendo tutti i verbi al passato remoto»[18].
Prima dell’inverno andò in volo a Krivoj Rog, per un saluto agli amici della Regia Aeronautica: «Contavo di poter partire per un altro fronte, dato che la guerra in Russia era finita»[19]. Trovò il colonnello Carlo Drago, comandante del Corpo aereo sul fronte orientale, «infuriato contro i tedeschi» che volevano requisire l’albergo dove aveva installato il comando. Prima non l’avevano voluto perché sporco e freddo; poi, quando gli italiani l’avevano pulito e dotato di riscaldamento, avevano cambiato idea: «Il colonnello D. protestava anche perché soldati tedeschi entravano ed uscivano dall’albergo come se fossero in casa loro»[20], mentre gli italiani non potevano fare altrettanto negli alloggiamenti degli alleati. La semplice iniziale, invece del nome per esteso del colonnello, rispondeva probabilmente a uno scrupolo dell’autore: Drago, nel 1944, era nella Resistenza in Piemonte.

Generale Giovanni Messe

Generale Italo Gariboldi
David si spostò a Stalino per salutare anche il comandante del Csir, Giovanni Messe: «Gli chiesi se sapeva che la guerra contro la Russia era finita ed il generale rispose che non lo sapeva. Mi ringraziò per la bella notizia»[21]. Nella propaganda antitedesca, Messe poteva diventare un personaggio di primo piano, tanto più che dal novembre 1943 era capo di Stato maggiore generale dell’Esercito cobelligerante: «Sapeva urlare ed alzare i pugni. Coi tedeschi non servono le buone maniere. I tedeschi rispettano chi urla più forte di loro»[22].
Il giornalista citò, con due varianti, l’aneddoto di Messe che protestò perché la farina fornita agli italiani sapeva di muffa. In una versione, il collega tedesco dell’intendenza gli assicurò che era la stessa consumata dalla Wehrmacht, gli fu chiesta la parola d’onore e, non potendola dare, preferì cambiare la farina. Nell’altra, che diede la sua parola, gli italiani continuarono a mangiare pane ammuffito e solo dopo settimane si scoprì che aveva detto il falso. Entrambi i finali risultavano funzionali: nell’uno emergeva l’intransigenza di Messe, nell’altro la slealtà degli alleati. La storiella, senza fonti, sarebbe circolata ancora nel dopoguerra.
Un altro episodio David lo trasse da un fatto realmente accaduto a Vorošilovgrad nel novembre 1942: la requisizione da parte dei tedeschi di aerei SM 81, destinati al trasporto dei feriti italiani. Lo rielaborò in maniera romanzata: un reparto tedesco, armi in pugno, circondò tre trimotori mentre stavano per decollare «sotto una tormenta di neve»[23], scaricò i feriti e sostituì con la forza i piloti: «Gli apparecchi nostri partirono carichi di soldati di Hitler che scappavano. I feriti italiani morirono sotto la neve»[24]. Su uno di quegli aerei, nello stesso autunno, David era atterrato al campo di Vorošilovgrad per fare visita al generale Enrico Pezzi, «il più caro dei miei amici»[25] – richiamare la propria familiarità con gli alti comandi era comune tra i corrispondenti, per accreditarsi presso i lettori come bene informati: nel suo caso, piuttosto, poteva alludere a una scelta di campo morale.
Del comandante Pezzi, subentrato a Drago, tutti i corrispondenti tracciarono ritratti molto sentiti dopo che cadde a Čertkovo il 29 dicembre 1942, in una missione di soccorso agli italiani accerchiati nell’ansa del Don: ne ricordarono il coraggio, l’altruismo, anche l’affabilità nei loro riguardi. David ne perpetuò la leggenda: «Volava tutto il giorno per trasportare feriti, anche a bordo del suo apparecchio. Era un S. 81 lento e male armato, però il generale voleva volare. Un brutto giorno, il generale Pezzi non tornò più»[26].
Sul generale Italo Gariboldi, comandante dell’Armata italiana in Russia (Armir), David espresse un giudizio più ambiguo e reticente. Se nel 1944 poteva esaltare Messe e Drago per l’atteggiamento antitedesco e Pezzi per l’eroismo, non era in condizione di mettere sotto processo un uomo che aveva legato il suo nome a una delle pagine più buie e dolorose della guerra italiana, ma che dopo l’8 settembre 1943 era stato catturato dai tedeschi, non aveva voluto aderire alla Repubblica sociale ed era finito in carcere. David ricordò solo di averlo conosciuto in Etiopia e in Libia e che «era un bel generale, coi baffi bianchi e dritti, elegantissimo»[27]. Aggiunse un gioco di parole poco riuscito: «Se l’anima dell’eroe di Caprera percorre ancora irrequieta i campi di battaglia, essa deve aver benedetto quella “a” che ha salvato Garibaldi dall’essere Gariboldi»[28]. Lasciava intendere, senza dirlo chiaramente, che per fortuna l’eroe non aveva avuto il suo stesso nome, diventato sinonimo di mediocrità, subordinazione ai tedeschi e disfatta.
Dai comandanti all’ultimo dei soldati, David mostrò sempre gli italiani in Russia come vittime dei tedeschi, mai come loro gregari in una guerra di aggressione. Ricostruendo la storia della Divisione Cuneense, «nella quale avevo molti amici»[29], non chiamò mai in causa le responsabilità dell’Armir nella sua tragica fine, ma solo dei tedeschi. Nell’estate 1942 avrebbero negato agli alpini gli autocarri per raggiungere il Caucaso, costringendoli a marciare a piedi; poi glieli avrebbero dati poco dopo quando avevano bisogno di mandarli ad arginare l’offensiva sovietica di Izjum; infine glieli avrebbero tolti di nuovo per la ritirata nel gennaio 1943, assegnando agli alpini la funzione di «retroguardia appiedata, di fronte ad un nemico più forte e corazzato, alle spalle di un amico che fugge motorizzato»[30].
David doveva essere consapevole di calcare la mano, tanto da premunirsi contro l’accusa, ma era il momento storico a richiederlo: «Non vorrei si credesse ch’io intenda sistematicamente denigrare i soldati tedeschi per elogiare, indirettamente, i soldati italiani. Il trucco sarebbe troppo puerile»[31]. Non era un trucco puerile: era un modo semplice e diretto per parlare agli italiani, che dovevano scrollarsi di dosso l’accusa di tradimento – parola che sostituì con vendetta. Il fatto di essere stato al fronte e di avere visto con i propri occhi, inoltre, doveva dare valore alla sua tesi: «Se la guerra la facessero gli angeli, anche gli angeli diventerebbero cattivi; non voglio escludere che anche gli italiani si siano resi colpevoli, qualche volta, di azioni inumane»[32]. Ma se le avesse sapute, assicurò che non avrebbe esitato a denunciarle. «Mi limito però a scrivere quel che ho visto»[33].

Colonnello Carlo Drago

Generale Enrico Pezzi
Testimone della Shoah
La guerra di sterminio segnò una rottura radicale per molti giornalisti abituati a fronti dove regole e convenzioni erano ancora rispettate. David ne ebbe un assaggio nel giugno 1941, prima ancora di entrare in Unione Sovietica. Arrivando in treno a Iaşi, città romena di confine che era appena stata teatro di uno dei pogrom più sanguinosi della Seconda guerra mondiale, sostò accanto a un convoglio merci da cui proveniva un grido disumano: «Apa, apa»[34]. Seppe poi che in romeno significava acqua e, dal console onorario italiano, che i vagoni erano carichi di migliaia di ebrei, rinchiusi dentro per farli morire di caldo e sete.
David fu testimone oculare di un altro massacro a Odessa, conquistata dai romeni nell’ottobre 1941. A bordo del Saiman 202 di Concato fu tra i primi giornalisti a entrare in città, alloggiarono presso un comando di reggimento e poterono visitarla con un ufficiale su una camionetta. Verso sera incrociarono colonne di civili formate da donne, bambini, anziani e invalidi, che camminavano scortati da soldati con fucili mitragliatori: «Quasi in ogni strada incontravamo una di queste colonne e non riuscivamo a capire con precisione cosa stesse succedendo»[35]. Glielo spiegò l’ufficiale romeno: «Muovendo il dito indice come se premesse il grilletto di un fucile, mi guardò, sospirò e disse ancora: ebrei»[36]. Tutte le colonne procedevano in silenzio verso la periferia, con «la stessa cadenza di moribondi»[37].
I giornalisti chiesero di poterne seguire una a distanza; l’ufficiale acconsentì. Presso un aeroporto, la colonna lasciò la strada e fu condotta sulla pista di atterraggio. «Noi avanzammo ancora duecento metri, poi ci fermammo. Poco dopo cominciarono a crepitare i fucili mitragliatori e noi tornammo indietro»[38]. Come per i bambini di Stalino, David si premurò di fornire indicazioni precise: non conosceva il nome dell’aeroporto, ce n’erano diversi a Odessa, ma quello ospitava la scuola di pilotaggio dell’Armata Rossa: «I cadaveri debbono trovarsi sepolti sul lato orientale del campo. Non so cosa sia successo degli altri gruppi di ebrei. Racconto quello che ho visto»[39]. Nella cronaca pubblicata su «La Gazzetta» non ne fece menzione: nominò gli ebrei solo per dire che lo erano i proprietari della casa dove avevano dormito: «I soldati cambiarono le lenzuola del letto che portava le tracce degli ebrei fuggiaschi e ci coricammo»[40].
Anche sulla questione razziale, David era allineato e rispettoso delle regole: nel 1938, a causa del cognome sospetto, aveva dovuto dimostrare di essere ariano per poter continuare a lavorare e il giornale, a scanso di equivoci, lo aveva coinvolto poi nella campagna antisemita, mandandolo a Trieste per scrivere contro la comunità ebraica locale. Quando nel 1944 riprese il ricordo di Odessa, corresse un dettaglio non da poco: i proprietari non erano fuggiti in tempo, ma dovevano essere stati rastrellati. Il suo ultimo pensiero, mentre prendeva sonno su un letto da bambini, era stato per chi ci aveva dormito fino a poche ore prima e alle famiglie che aveva visto sfilare verso l’aeroporto, portando con sé un pezzo di pane e una bottiglia di acqua.
In questa nuova versione lasciava intravedere tra le righe e nello stesso titolo (Un letto a Odessa), qualcosa che somigliava a un senso di colpa: David aveva visto i frutti della pianta che, come giornalista, aveva contribuito a far crescere. A Odessa furono sterminati in pochi giorni tra i 25.000 e i 30.000 ebrei. David, però, non ne incolpò i romeni: l’accompagnatore, pur tra i sospiri, gli aveva spiegato che «era l’ordine dei tedeschi per tutte le città occupate e che bisognava obbedire»[41]. Anche a Iaşi, dove gli ebrei uccisi in città e su due treni furono tra i 13.000 e 15.000, chiamò in causa gli ordini della Germania, nonostante la responsabilità del pogrom ricadesse sulle autorità romene: il male erano i tedeschi, non voleva macchiare né i romeni, che considerava brava gente al pari degli italiani, né gli alleati in generale. In realtà anche gli italiani sul fronte orientale, senza spingersi ad atrocità come il massacro di Odessa, diedero il loro contributo alla persecuzione antiebraica[42].
Nell’ottobre 1942, mentre rientrava in treno a Bucarest da Vorošilovgrad, David sostò a Leopoli. Era mattina presto, si sveglio e andò al finestrino. A poca distanza dalla stazione, osservò una scena strana: una decina di soldati tedeschi, in un campo, che tenevano altrettanti dobermann al guinzaglio, e un gruppo di civili a torso nudo. Un suo compagno di viaggio, che andava a casa in licenza, indicò con un dito e gli disse: «Juden»[43]. A un comando, David vide uno degli ebrei mettersi a correre disperatamente inseguito da un cane: addestravano i dobermann a sbranare le persone. I due viaggiatori abbassarono la tenda e tornarono a sedersi: «Belli – disse il soldato tedesco allontanandosi. Belli chi – domandai – gli ebrei? No – disse il tedesco – quei dobermann»[44].
Non era la prima volta che David assisteva alla violenza contro gli ebrei, né la più terribile: a Iași e a Odessa aveva già visto molto di peggio. Tuttavia, nel rievocarla pochi anni dopo, fu proprio alla scena di Leopoli che fece risalire l’inizio del suo tormento: come se la memoria avesse scelto un momento più sopportabile, perché indiretto e quasi irreale, da cui farlo cominciare. Solo allora, così almeno gli sembrò di ricordare, gli entrò in testa la domanda: «E se Iddio esiste sul serio?».
[1] Biblioteca comunale di Cervia, Fondo «Max David» (d’ora in poi solo FMD), cartella 6: Io sono stato con loro. Pensieri e avventure di un corrispondente di guerra italiano nei Balcani e in Russia.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] FMD, cartella 50: nota autobiografica datata [Milano] Marittima, 28 luglio 1977.
[5] Ibidem.
[6] FMD, cartella 78: lettera al presidente dei commissari della Società editrice torinese, datata Torino, 28 giugno 1945.
[7] FMD, cartella 6: E cantavano Lili Marlen…
[8] FMD, cartella 79: Sulla propaganda, in «La Circolare», n. 4, datato Madrid, 9 febbraio 1944.
[9] FMD, cartella 6: dattiloscritto senza data né titolo, ma anche ne Il prigioniero violinista (VI).
[10] Io sono stato con loro, citato in nota 1.
[11] Ibidem.
[12] Ibidem.
[13] Il prigioniero violinista (VI), citato in nota 9.
[14] Ibidem.
[15] Ibidem.
[16] Ibidem.
[17] Su questi temi rimandiamo a due testi: Thomas Schlemmer, Invasori, non vittime. La campagna italiana di Russia 1941-1943, Laterza, Roma-Bari 2009, pp. 78-106; Raffaello Pannacci, L’occupazione italiana in Urss. La presenza fascista fra Russia e Ucraina (1941-43), Carocci, Roma 2023, in particolare capitoli III e VIII.
[18] Il prigioniero violinista (VI), citato in nota 9.
[19] Ibidem.
[20] Ibidem.
[21] Ibidem.
[22] Ibidem.
[23] FMD, cartella 6: La morte sotto la neve (IX).
[24] Ibidem.
[25] Ibidem.
[26] Ibidem.
[27] FMD, cartella 6: La formula Rosemberg (VII).
[28] Ibidem.
[29] La morte sotto la neve, citato in nota 23.
[30] Ibidem.
[31] Il prigioniero violinista (VI), citato in nota 9.
[32] Ibidem.
[33] Ibidem.
[34] FMD, cartella 6: La leggenda del treno dell’acqua (IV).
[35] FMD, cartella 6: Un letto a Odessa (V).
[36] Ibidem.
[37] Ibidem.
[38] Ibidem.
[39] Ibidem.
[40] A colloquio con Dimitrescu che travolse la linea Dalniki, in «Il Resto del Carlino», 21 ottobre 1941.
[41] Un letto a Odessa (V), citato in nota 35.
[42] Radu Ioanid, The Holocaust in Romania: The Iasi Pogrom of June 1941, in «Contemporary European History», anno II (1993), n. 2, pp. 119-148; Richard J. Overy, Russia in guerra (1941-1945), Il Saggiatore, Milano 2000, pp. 147-154. Sugli italiani vedi R. Pannacci, L’occupazione italiana in Urss, cit., pp. 243-253.
[43] Io sono stato con loro, citato in nota 1.
[44] Ibidem.
