Da Čertkovo (Tschertkowo) a Gomel
CAPITOLO 1
I giorni dell’attesa
Le medie retrovie del lungo fronte tenuto sul Don dalle fanterie (ossia, da nord, Divisioni Cosseria, Ravenna, 298ª tedesca, Pasubio, Torino, Celere, Sforzesca) facevano caposaldo e magazzino centrale nei Centri logistici avanzati di Kantemirovka, Čertkovo, Millerovo e Rossoš. Da queste località, mediante piste in terra battuta si raggiungeva il fiume Don ed i suoi capisaldi con percorsi su piste di qualche decina di km. Centri di immagazzinamento materiali prossimi al Don erano i seguenti:
- Radčenskoje, raggiungibile via automezzi da Kantemirowka;
- Khlebny, che era un deposito carburanti;
- Malčevskaja, tra Millerovo e Čertkovo, da cui si raggiungeva il deposito di Karinskaja (quest’ultima raggiungibile anche da Millerovo).
I grandi centri logistici erano localizzati lungo la ferrovia di arroccamento che nel tratto di nostro interesse collegava Kantemirovka, Čertkovo e Millerovo. Millerovo, dal punto di vista ferroviario, era Comando militare di stazione, Commissariato di carico/scarico e Comando tappa principale, mentre Kantemirovka, oltre che Comando militare di stazione, era anche Commissariato di carico/scarico e Comando tappa secondario. Kantemirovka veniva utilizzata sul percorso ferroviario da Verona (nodo centrale ferroviario in patria) principalmente per lo scarico dei complementi e dei materiali, mentre Millerovo era principalmente utilizzata per il rimpatrio dei feriti, perché poteva sfruttare delle diramazioni ferroviarie più brevi.
Giusto per dare una idea del sistema ferroviario, alle spalle del fronte, da Rostov sul Mar d’Azov, la linea saliva a doppio binario con scartamento di tipo sovietico (1520 mm) fino a Likaja, dove le merci venivano scaricate su automezzi e portate fino alla stazione di Stanitsa. Dopo di che venivano ricaricate sui treni e da qui, su linea ferroviaria modificata a scartamento «europeo» (1435 mm) e con doppio binario, si arrivava a Millerovo e su su fino a Kantemirovka, poi a Rossoš e così via. È da dire che era stato «europeizzato» anche il percorso ferroviario da Kharkov verso Millerovo, ma non era ancora del tutto operativo al dicembre 1942.
La cittadina era divisa in due dalla ferrovia: da una parte era terra ucraina e dall’altra era terra cosacca proprio come oggigiorno. Era una tipica cittadina sovietica industrializzata con una distesa infinita di case dal tetto di paglia o di lamiera, case massicce in mattoni e grandissimi edifici e capannoni industriali, magazzini in edifici molto alti in cemento armato. Ai primi di dicembre del 1942 il Presidio italiano di Čertkovo era tenuto dal tenente colonnello Ricci, mentre del Comando tappa era responsabile il capitano Fumagalli. Erano presenti anche un piccolo presidio tedesco agli ordini del capitano di fanteria von Werder ed un nucleo di SS agli ordini del tenente colonnello Tigete. Čertkovo era anche campo di prigionia per soldati sovietici con una capacità massima di 500 uomini. Il campo era stato istituito nell’ottobre 1942. Il numero dei prigionieri raggiunse le 800 unità nei giorni dell’assedio, fin quando il 21 dicembre non fu evacuato con la ferrovia a Millerovo insieme a carriaggi ritenuti superflui, utilizzando un treno che era rimasto in stazione a Čertkovo.
La vicenda di Certkowo nei giorni dal 16 al 19 dicembre 1942, periodo dello sfondamento sovietico sul Don, ricalca il destino comune delle retrovie del fronte. Le azioni dell’Esercito sovietico di quei giorni e gli ordini e contrordini dei comandi italiani furono causa di incertezza e panico nelle truppe di presidio e dei servizi d’armata. A Čertkovo, punto di sbarco ferroviario per i rincalzi al vicino fronte, mentre a 70 km ad est iniziavano i grandi movimenti, continuavano le programmate attività di retrovia. Cosi il 17 dicembre arrivarono con una tradotta ferroviaria una compagnia di artieri al comando del tenente Rovelli, una compagnia di trasmissioni al comando del sottotenente Ferrini ed una compagnia del Quartier generale, reparti che avrebbero dovuto proseguire in seguito per il settore di pertinenza della Divisione Celere. Il più alto in grado in questo gruppo era il tenente colonnello Manari, con agli ordini 30 cavalleggeri e 40 bersaglieri. I suddetti reparti sarebbero stati molto attivi nei giorni successivi.
Le note che descriviamo hanno origine da un diario storico di reparto che ci racconta i giorni immediatamente precedenti l’arrivo degli uomini del «blocco nord» in ritirata e per la origine stessa degli avvenimenti il racconto fluttua tra i vari giorni con un inevitabile accavallamento. Il 19 dicembre in mattinata vi fu un attacco aereo sovietico a bassa quota e alle ore 13 l’avvistamento di carri sovietici provenienti dalla pista che collegava Malčeskaja a Čertkovo. I carri erano seguiti da fanteria con slitte ippotrainate, ma la reazione tedesca, che utilizzava carri fissi perché danneggiati, ottenne un successo difensivo anche per merito degli italiani, che cooperarono alla difesa. Questo episodio ci rivela che già alla data d’inizio dello sganciamento dal Don le truppe corazzate sovietiche erano penetrate profondamente alle spalle delle fanterie italiane. Qui nelle retrovie i comandi italiani nelle città deposito lungo la linea ferroviaria, forse per mancanza di ordini chiari e di informazioni accurate, persero il controllo della situazione.
A Čertkovo, il 19 dicembre, il Comando del presidio, alla vista dei primi carri sovietici, sembra aver dato ordine di evacuazione del presidio stesso e del Comando tappa verso Millerovo, tant’è che testimonianze dirette parlano di colonne di mezzi in uscita dalla città, mentre alla stazione ferroviaria un treno con la caldaia in pressione e uno spazzaneve montato sul davanti era in procinto di partire verso Millerovo con a bordo il colonnello Manari insieme al reparto bersaglieri al suo comando e al reparto cavalleggeri. Il 19 dicembre anche il Comando tappa al completo, con 9 ufficiali e 48 uomini di truppa, si spostò su Millerovo e il giorno 20 da Millerovo andò a Vorošilovgrad. Come fotografia cruda della giornata cruciale del 19 dicembre, la Divisione Torino, ancora sulle sue posizioni e 70 km ad ovest dell’importante base logistica di Čertkovo, smantellava Presidio e Comando Tappa. Perdere quest’ultima significava sguarnire la località di un fondamentale tassello organizzativo dell’8ª Armata.
Erano giorni concitati e la documentazione disponibile è spesso contraddittoria quando tratta del comportamento tenuto dai comandi locali. Le testimonianze riportate nelle memorie di chi stava sul posto e visse quei momenti drammatici contrastano con le relazioni ufficiali, scritte successivamente con tratti piuttosto enfatici ed autocelebrativi. Quel 19 dicembre 1942 il capitano tedesco von Werder, rimasto con i suoi a Čertkovo, prese possesso dei magazzini del Regio Esercito strapieni di ogni genere, considerando che erano stati abbandonati dagli italiani. I militari italiani che erano rimasti in città ed ormai agli ordini dell’alleato tedesco furono messi a difesa della zona intorno alla ferrovia al comando del tenente Rovelli, mentre il colonnello Manari, sceso dal treno o – meglio – fatto scendere, diventò responsabile della logistica del reparto italiano e del Comando tappa. Queste disposizioni di comando furono date dal maggiore von Ulmann, che volle premiare le capacita del tenente Rovelli a discapito del superiore in grado Manari. Quello stesso giorno giunse un reparto di complementi tedesco che avrebbe dovuto raggiungere Millerovo.
A Čertkovo il 19 dicembre era un flusso continuo di uomini e mezzi, compresa truppa autocarrata che, senza fermarsi, via Aleksandrovna e Malčeskaja, andava a Millerovo in direzione sud, verso Vorošilovgrad. Le cronache ci dicono che i reparti italiani abbandonavano Čertkovo nonostante che inizialmente il tenente colonnello Ricci, prima di prendere la strada di Millerovo, avesse dato ordine di difenderla, il che rende l’idea della situazione imperante. Frattanto le truppe tedesche al comando del maggiore von Ulmann, insieme ai reparti italiani residui al comando del tenente Rovelli, crearono il cosiddetto «Comando truppe italiane di Certkowo». Čertkovo al momento non era ancora completamente circondata ed assediata. C’erano incursioni notturne di partigiani, ma le fanterie sovietiche dislocate in zona erano ancora in numero esiguo ed il collegamento con Millerovo e Malčeskaja era ancora possibile, cosi com’era praticabile la pista verso ovest.
A 23 km da Čertkovo, alla stazione di Šelistovka, c’era il Comando tappa 32 al comando del capitano Carerj, da cui si osservava già dal 18 dicembre un passaggio di uomini e mezzi, che dalle piste provenienti da Kantemirovka si dirigevano verso Millerovo e Čertkovo. Il 18 dicembre passarono per questa stazione ufficiali e sbandati della Divisione Ravenna, due compagnie del genio ferrovieri ed in serata lunghe file di mezzi e uomini tutti diretti a Čertkovo provenienti da Kantemirowka. Come notò il responsabile del Comando tappa 32, si trattava di servizi e non di truppa. È importante questa osservazione perché ci informa che le unità dei Servizi dell’8ª Armata dislocati a ridosso del fronte arretrarono già dal 18 dicembre o prima, con disponibilità di mezzi motorizzati ed apparentemente ordinati. La truppa intanto era ancora al suo posto sulla linea del Don.
Il comando dell’8ª Armata, localizzato a Starobelsk, cercava intanto di comprendere e di stabilizzare la situazione militare e di prendere provvedimenti opportuni, tanto che fu deciso di predisporre a caposaldo i principali centri lungo la linea ferroviaria Millerovo-Rossoš. In conseguenza il colonnello tedesco Göller fu incaricato di raggiungere Čertkovo per assumerne il comando del Presidio. Göller il giorno 20 dicembre entrò in città insieme ad un piccolo nucleo di militari tedeschi appartenenti al XXX Battaglione costruttori. Quel giorno il colonnello prese il comando del Presidio già precedentemente organizzato dal capitano von Werder, prendendo atto che gli uomini validi impegnati nella difesa erano circa 1.500, compresi i militari italiani.
Il colonnello Göller decise in quei giorni di chiudere a caposaldo Čertkovo e divise la città in settori di difesa. Il VII settore, vicino la stazione ferroviaria, fu affidato agli italiani ed in dettaglio alla 51ª Compagnia artieri, alla 68ª Compagnia telegrafisti e radiotelegrafisti, agli uomini del Comando tappa 32, agli uomini del Quartier generale del capitano Doria, ai militi dei Gruppo battaglioni camicie nere «Montebello» e «Tagliamento» e ai militari del vecchio presidio che non avevano abbandonato la città. Si riuscì attraverso la radio del Comando tedesco a parlare telefonicamente col Comando 8ª Armata, che aveva nome in codice «Quercia», con l’Intendenza d’armata, con nome in codice «Rondine», e con Malčeskaja, nome in codice «Marte». Anche Čertkovo aveva il suo nome in codice: «Urano».
I collegamenti esterni verso Millerovo erano ancora aperti, tanto che la sera del 20 dicembre giunsero due autocarri dai magazzini di Malčeskaja con razzi e munizioni varie, ma non la radio che era stata richiesta. Fino al giorno 23 vi fu un arrivo continuo di sbandati dal fronte del Don e lo stesso 23 il Presidio ancora presente abbandonò la località di Malčeskaja con destinazione la vicina Millerovo. In quei giorni intanto, e fino al 21 dicembre utilizzando la ferrovia ancora non tagliata dai sovietici, a Čertkovo giunsero ancora dall’Italia militari di rincalzo e avvicendanti ed un reparto di SS tedesco al completo.
Il 23 dicembre a Čertkovo si sparse la notizia che due divisioni italiane in arretramento stavano giungendo. La confusione in città era sensibile; il comando tedesco aveva in mano tutto, compreso il deposito viveri: per prelevare dai magazzini qualcosa, era necessario un buono del comando tedesco e del capitano von Werder, che aveva in consegna tutti i magazzini. Aver abbandonato precipitosamente la città costava caro agli italiani e anche la loro immagine era decaduta agli occhi dei tedeschi. Ovviamente anche l’Ospedale da campo 874 aveva provveduto a sgombrare per tempo, tanto che il 22 dicembre, da Vorošilovgrad dove si era allocato, si mosse verso la più lontana Stalino.
CAPITOLO 2
L’arrivo degli «allucinati»
Dal rapporto del colonnello Göller apprendiamo che il giorno 24 dicembre il Presidio venne avvisato dell’arrivo via Popovka della 298ª Divisione fanteria tedesca con al seguito truppe italiane, per cui fu inviato un contingente germanico per scortare la colonna nella zona di Mankovo. La 298ª Divisione – dice la relazione – non riuscì a superare la resistenza sovietica e, come sappiamo anche da fonti italiane, deviò a sud fino alla stazione ferroviaria di Šeptukovka dove si incontro con i soccorsi inviati da Čertkovo. Si rileva, in questo passo della relazione di Göller, che furono inviati soccorsi motorizzati a Šeptukovka per prelevare feriti e congelati. Negli appunti e nelle relazioni degli italiani non si menzionano soccorsi giunti da Čertkovo.
Alle 22:00 del giorno di natale del 1942 la testa della colonna del «blocco nord» con il generale Lerici ed il generale Capizzi cominciò ad affluire a Čertkovo. Qui nessun camion italiano arrivò: tutti i mezzi furono distrutti o abbandonati per mancanza di carburante e si stima che circa 6.000/6.500 militari italiani sui circa 30.000 che avevano lasciato le posizioni sul Don riuscirono ad entrare in città, mentre il numero di 8.000 uomini riportato da Eugenio Corti nel suo libro appare in realtà eccessivo.
La Divisione Torino, la quale al momento di lasciare le sue posizioni sul Don era numericamente intatta (circa 11.000 uomini), arrivò a Čertkovo con meno di 2.000 effettivi: nelle sue componenti aveva perduto più di 9.000 militari tra caduti, dispersi e prigionieri in meno di 7 giorni ed aveva lasciato lungo la strada le sue artiglierie e i suoi mezzi motorizzati, cosa che pagò caramente nei giorni di Arbuzovka e dell’arretramento. Al generale Lerici era rimasto il suo comando al completo, mentre la maggior parte del Quartier generale del XXIX Corpo d’armata tedesco fin dal 16 dicembre si era ritirato in direzione di Starobelsk e da qui verso Kharkov e Vorošilovgrad.
Una massa di uomini sfilò in città fino a tutto il 27 dicembre, accolta dal colonnello Manari e dagli italiani del Presidio. In quelle prime ore l’unico pensiero era sfamarsi e ricoverarsi per dormire ed è quello che i reduci ci raccontano. Il giorno 26 dicembre ci viene ricordato come estremamente concitato. Gli uomini appena giunti e stremati, temendo che la colonna non si fermasse e continuasse la marcia, rimasero lungo le strade originando un’indescrivibile confusione che, oltre ad impedire il vettovagliamento e l’assistenza ai congelati, diede ai sovietici la possibilità di verificare la concentrazione e di iniziare un bombardamento che di fatto si prolungò per molti giorni.
Inizialmente si costituirono tre centri di raccolta per feriti: due per la truppa e uno per gli ufficiali, oltre ad un centro feriti per i difensori del VII Settore localizzato a ridosso della stazione ferroviaria. A disposizione c’erano soltanto 8 ufficiali medici che disposero l’ammassamento dei circa 2.000 feriti e congelati nei disposti centri togliendoli dalle svariate isbe dove si erano subito allocati. I difensori italiani del VII Settore si stimano tra le 500 e le 700 unità secondo le varie fonti. La forza era costituita da 13 ufficiali, 33 sottufficiali e 383 uomini di truppa, compresi le camicie nere dei Gruppi battaglioni «Tagliamento» e «Montebello» e 39 artiglieri appartenenti ad una batteria contraerea d’armata da 76/40 al comando del capitano Camandone, che era precedentemente dislocata nella zona di Malčeskaja. A questi si aggiunsero il 2 gennaio 1943 12 uomini del maggiore Massone che a quella data assunse il comando del gruppo di difesa. Il maggiore Massone era coadiuvato dal sottotenente Napolitano e dal capitano Carerj.
Le cronache ci tramandano che il gruppo da combattimento disponeva come mezzi di trasporto di un’auto Fiat 1100, di due autocarri, di tre slitte e di 18 cavalli. Nel dettaglio la forza del VII Settore, all’apice della formazione, comprendeva i seguenti effettivi:
- 80 cavalleggeri e bersaglieri gia destinati alla compagnia Quartier generale della Divisione Celere, comandati dal capitano Gustavo Doria;
- 80 uomini della 68ª Compagnia artieri, comandata dal tenente Fedele Gualdoni;
- 75 genieri della 51ª Compagnia radiotelegrafisti, comandati dal tenente Rovelli;
- 99 uomini su due plotoni della Divisione Pasubio, facenti parte della Compagnia Doria;
- 35 uomini della Divisione Ravenna inquadrati nella 68ª Compagnia telegrafisti e radiotelegrafisti;
- 99 uomini della Divisione Torino inquadrati nella Compagnia Rovelli;
- 22 uomini della Squadra comando.
Il totale assommava a un ufficiale superiore, 16 ufficiali inferiori, tre ufficiali tedeschi delle SS, 497 militari di truppa, una batteria antiaerea su due pezzi con 70 artiglieri e due ufficiali e infine 185 camicie nere con due ufficiali dei Gruppi battaglioni «Tagliamento» e «Montebello». Gli uomini furono equipaggiati dai tedeschi con la pesante divisa mimetica antivento e con 46 paia di stivali di feltro e cuoio anticongelamento, per quanto solo questi disponibili. Fu creata una forza di riserva di pronto intervento con uomini della Divisione Ravenna agli ordini del tenente colonnello Tromba del 37° Reggimento fanteria, mentre il generale Capizzi della Ravenna divenne vicecomandante del generale Lerici ai vertici del Raggruppamento truppe italiane di Čertkovo.
È da notare ora lo stato di subalternità del comando italiano a quello tedesco che appare in tutte le memorie lette. Pur in presenza a Čertkovo di generali come Lerici e Capizzi, l’organizzazione generale della difesa della città e finanche la responsabilità del razionamento vitto era in mano del colonnello Göller e del suo comando. I tedeschi avevano conservato l’operatività militare e soprattutto un’evidente disciplina e il rispetto organico delle truppe. Questo è riconosciuto anche dai comandi italiani fino ai massimi livelli ed inoltre notiamo che anche nel rapporto del colonnello Göller non si menziona mai il comando italiano di Čertkovo o l’apporto determinante che il generale Lerici diede con i suoi uomini al complesso militare.
Tutti i giorni Čertkovo era sottoposta a bombardamento con mortai, tanto che era rischioso attraversare la città anche per recarsi all’ospedale o a ritirare il cibo. Il 31 dicembre era entrato in funzione l’ospedale, sistemato in un grande ex collegio: vi furono concentrati circa 1.200 feriti e congelati con tre medici ad assisterli, coordinati dal capitano medico Ruocco dell’82° Reggimento fanteria della Divisione Torino, a sua volta coadiuvato da altri 5 ufficiali medici, tra cui il tenente Manlio Malaspina dell’Ospedale da campo 250 della Divisione Pasubio. Al piano terra del grande edificio c’erano le cucine ed al piano superiore i feriti.
Nei giorni precedenti, utilizzando la radio della 298ª Divisione tedesca, il generale Lerici aveva contattato il Comando dell’8ª Armata richiedendo lo sgombero dei feriti via aerea ed il giorno 28 dicembre ci fu un lancio di medicinali e zaini medici. Il giorno successivo, 29 dicembre, giunsero via aerea il generale Pezzi (comandante della forza aerea dell’Armir) ed il colonnello Bocchetti per rendersi conto della situazione: non riuscirono a tornare alla base perché abbattuti nel volo di rientro. Il generale Pezzi era latore di un foglio d’ordini indirizzato al generale Lerici nel quale si ordinava di rimanere in Čertkovo e di tenere la posizione in stretta collaborazione con i tedeschi.
Si tentò nei giorni successivi al 27 dicembre di ricostituire reparti omogenei per lo meno a livello di reggimento; così il ricomposto 52° Reggimento artiglieria della Divisione Torino ai primi di gennaio 1943 fu posto agli ordini del maggiore Serena con 26 ufficiali superstiti sui 120 iniziali e circa 300 artiglieri. Tutta la Torino contava forse 1.800 uomini. Preoccupazione del generale Lerici era anche predisporre uomini validi da affiancare ai reparti tedeschi per contrastare la pressione sovietica sulla città. Oltre al VII Settore di competenza tutta italiana, i tedeschi chiedevano il supporto di diverse centurie e con difficoltà 500 italiani accettarono di cooperare con gli alleati ricevendo da questi divise ed armamento di cui eravamo sprovvisti.
I continui attacchi sovietici causarono intanto la distruzione delle abitazioni e per gli assediati si paventò anche un problema di alloggiamento. Dei circa 14.000 assediati la metà era costituita da italiani, ma complessivamente 3.000 erano gli uomini validi che combattevano per la difesa di tutti. Quei giorni di sosta furono per i nostri occasione per scrivere a casa. La posta si ammucchiò al Comando tappa, ma molta riuscì anche a partire da Čertkovo per mezzo di almeno 5 atterraggi di «cicognette» tedesche e di due voli italiani. Le memorie ci dicono che la posta fu consegnata in Italia mesi dopo con timbro tedesco, a dimostrazione che le cicognette avevano prelevato i sacchi italiani della corrispondenza.
CAPITOLO 3
la fine dell’assedio (verso Belovodsk/Starobesk)
Il controllo della truppa italiana effettuato nella prima decade del gennaio 1943 portò a 6.998 gli uomini reduci dal Don, classificati in 1.545 idonei e armati, 1.603 idonei e disarmati, 1.099 feriti e 2.751 congelati, ai quali aggiungere i circa 500 militari impegnati alla difesa del VII Settore. Questi appelli numerici purtroppo avevano la validità del momento, considerando la falcidie di vite continua per le azioni belliche e le malattie. Il giorno 11 gennaio il colonnello Göller con una cicognetta tedesca lasciò Čertkovo, sostituito al comando dal tenente colonnello von Neumann, e raggiunse Starobelsk per fare relazione al generale Gariboldi, proseguendo poi per Kharkov presso il Comando Gruppo armate A per prendere ordini. Qui gli fu comunicato che la 19ª Divisione corazzata tedesca avrebbe tentato di forzare la via verso Čertkovo per liberare la citta accerchiata. Quest’ottima notizia raggiunse anche il Comando italiano del generale Lerici ma successivamente – come sappiamo – sopraggiunsero difficoltà ad impedire l’attuazione del piano.
Il 15 gennaio 1943, il Comando tedesco avvisò il generale Lerici che quella sera avrebbero tentato la sortita in concomitanza con un forzamento tedesco da parte della 19ª Divisione corazzata in direzione di Strelzovka. Gli italiani dovevano prepararsi rispettando il massimo silenzio e selezionando solo gli uomini validi per una marcia prevista di 54 km, lasciando i feriti intrasportabili in città e tenendoli possibilmente ignari fino all’ultimo momento. Questa fu la cosa più difficile da affrontare perché i feriti erano circa 1.000 su un totale di 3.850 ricoverati nell’ospedale italiano. Con due autocarri disponibili e poche slitte, la situazione era drammatica. L’incolonnamento prevedeva la partecipazione di 6.300 uomini validi così ripartiti:
- Divisione Torino, 1.600 uomini;
- Divisione Pasubio, 2.000 uomini;
- truppe e servizi del XXXV Corpo d’armata, 1.800 uomini;
- Divisioni Ravenna e Celere, 400 uomini;
- truppe del Presidio di Čertkovo, 500 uomini.
L’ordine di uscita disponeva il gruppo tedesco della 298ª Divisione in testa seguito dai generali Lerici e Capizzi scortati dagli uomini della 51ª Compagnia radiotelegrafisti del tenente Rovelli. In coda, frammischiati ai reparti italiani, erano gli autocarri disponibili con i feriti caricabili secondo le disposizioni del seniore Cangemi. A chiudere stava il maggiore Quadraro con i bersaglieri ed una centuria di formazione. La retroguardia prevedeva battaglioni germanici che in realtà non si fecero trovare, lasciando agli italiani il compito di contrastare la rabbiosa reazione dei sovietici quando questi si accorsero della sortita notturna. Terribile fu separarsi dai feriti: era impossibile nascondere loro che sarebbero stati abbandonati; gli abili a camminare furono concentrati all’ex teatro cittadino e circa 7/800 furono lasciati alla pietà dell’uomo assistiti da un medico e da un cappellano militare rimasti loro accanto. Quando la colonna cominciò a muoversi, molti di questi si trascinarono sulla pista invocando aiuto: nei ricordi dei tornati ne rimane un ricordo indelebile.
I resoconti riportano di una sortita che, dopo ore di attesa al gelo, mosse lentamente in direzione ovest, subito fatta segno al tiro dalle artiglierie sovietiche che causarono un immediato sbandamento, il quale a sua volta scompaginò i reparti per almeno tre ore. Questa fase di uscita da Čertkovo era stata preparata con cura dai comandi che avevano prestato attenzione nel rendere efficienti le poche armi automatiche disponibili. Purtroppo anche allora si notò un certo abbandono di queste da parte italiana, il che era motivo di grande contrasto con i tedeschi che consideravano indegno gettarle quando potevano invece essere usate.
Si scoprì che avrebbero dovuto essere superate 5 «balke», 5 paesi e 4 linee nemiche. Alle 20 del 15 gennaio 1943 gli uomini si misero in movimento; alle prime luci del 16 gennaio si raggiunse Losovskaja, con combattimenti a Beresovo; alle ore 16:00 si aggirò Strelzovka e la colonna, ormai fuori dalla sacca, si immise sulla pista per Belovodsk. La colonna italiana raggiunse le linee avanzate tedesche a Strelzovka il tardo pomeriggio del 16 gennaio 1943, ricongiungendosi con i carri della 19ª Divisione corazzata tedesca soprattutto con l’aiuto degli aerei tedeschi; dopo di che, nella notte e nella mattinata del 17 gennaio raggiunse Belovodsk. A Starobesk, ormai dentro le linee tedesche, dovrebbero essere giunti 1.200 uomini della Divisione Torino. Dei circa 16.000 uomini partiti da Čertkovo, di cui circa 4.000 feriti e malati ancora trasportabili, 15.000 furono felicemente riportati nelle proprie file.
[Mappa 3: da costruire, deve includere carta con Certkovo, Strelzovka, Beresovo, Losovskaja e Fosforitnaja]
Ad oggi non sono emerse liste nominative degli appelli effettuati a Čertkovo. Abbiamo però nota da parte del capitano Carerj che il sottotenente Fiorini, interprete del 52° Reggimento artiglieria, redigeva liste di caduti nei giorni dell’assedio e le consegnava ai cappellani del reggimento insieme agli oggetti personali. L’ingegner Canali, nelle sue peregrinazioni negli ospedali militari ad interrogare gli ufficiali superstiti della Divisione Torino, ci dice che il maresciallo Giusti, il maggiore Serena, il tenente Ercoli e il tenente Tagliamonti a Čertkovo presero nota dei caduti della Torino. Questo è testimoniato anche dal tenente colonnello Archimede Palazzo del 52º Reggimento artiglieria. Da documenti e testimonianze, fino ad ora sono emersi i nominativi di 505 uomini presenti a Čertkovo nel periodo dell’assedio, di cui 395 rientrati ed almeno 100 ascrivibili alla Divisione Torino.
Che cosa accadde ai rimasti nella cittadina dopo la rottura dell’assedio è raccontato dai pochi che riuscirono a sopravvivere alla cattura e alla seguente prigionia. Alle 7:00 del mattino del 16 gennaio i primi militari sovietici, accompagnati dai partigiani locali, cominciarono a setacciare le case e a raggruppare i prigionieri in alloggi comuni. Le fonti dicono che le guardie sovietiche, spesso ubriache, in cambio di oggetti personali chiudevano un occhio se i prigionieri uscivano a cercare cibo nelle case dei civili:
«Il giorno 16/01/43 i Russi occuparono la città di Cercovo abbandonata dalle truppe Tedesche-Italiane. Nella città si trovavano circa 1000 italiani ed alcuni tedeschi in condizione di non muoversi. Furono uccisi dai Russi tutti i tedeschi scoperti ed alcuni italiani. I partigiani della città furono assai cordiali con noi e credo che la loro parola valse a frenare le truppe che rioccupavano la città».
Questo dato è confermato da una lettera indirizzata ad Eugenio Corti e riportata nel suo libro, nella quale si parla di molti decessi fra i congelati e di uccisioni sistematiche di militari tedeschi.
Dopo pochi giorni i sovietici riportarono indietro un gruppo di 250 italiani che erano stati tagliati fuori dalle colonne uscite dalla città il giorno 15. Rimasero tutti in Čertkovo fino al 28 febbraio quando partirono per essere portati oltre gli Urali, ad esclusione di un gruppo di 42 italiani che rimasero a lavorare per i sovietici nella città fino al 25 aprile (quando con un vagone ferroviario furono condotti in una località chiamata Fosforitnaja). Le fonti ci dicono che i presenti rimasti in Čertkovo erano circa 2.700, ma al momento della partenza via ferrovia il 28 febbraio furono predisposte solo 1.225 razioni alimentari.
Capitolo 4
Gomel, ultima tappa
Purtroppo quella dei numeri e degli appelli è una delle grandi incertezze della campagna di Russia in generale.Pur essendo rientrati nelle linee protette, gli uomini continuarono a morire di stenti e di fatiche, oltre che per mano dei partigiani locali. Gli interminabili trasferimenti verso le successive zone di riordinamento «per via ordinaria» (ossia a piedi) oppure su carrozze ferroviarie scoperte falcidiarono i sopravvissuti. Giunti a Rykovo ed ormai quasi completamente riuniti, la documentazione ufficiale enumera 49 ufficiali e 904 fra sottufficiali e truppa. Per il loro spostamento da Rikowo i mezzi predisposti furono i seguenti:
- 4 carri a cavalli per l’81° Reggimento fanteria;
- 4 carri a cavalli per l’82° Reggimento fanteria;
- un autocarro per il 52° Reggimento artiglieria;
- un autocarro per sanità, genio, servizi e Quartier generale.
Queste erano le poche cose di cui si disponeva in quel momento. Fra questi 953 uomini della Divisione Torino in spostamento da Rykovo, in data 10 gennaio 1943, non erano compresi i circa 700 uomini che un telegramma inviato dal generale Gariboldi allo Stato maggiore del Regio Esercito in data 11 gennaio rivelava essere rientrati nelle linee.
I resti della Divisione Torino, per raggiungere la zona del definitivo rimpatrio nel territorio di Gomel, percorsero 1.150 km, dei quali a piedi circa 500 e di questi 100 per uscire dalla sacca. Dopo Belovodsk, il 17 gennaio 1943 si spostarono a Starobelsk per mezzo di autocarri o ambulanze. Da qui i «validi» si avviarono verso Vorošilograd, mentre i feriti e i congelati verso Kupjansk e Kharkov. Da Vorošilovgrad (zona Sobovka) si portarono a Rykovo e di qui, via Jasomova, a Dnepropetrovsk. Successivamente i fanti della Torino giunsero a Nežin ed in seguito a Kubitska. Qui il tenente colonnello Turrini il 10 febbraio diede disposizioni dettagliate per il riordino della truppa superstite e per un accurato controllo medico al fine di individuare coloro che non erano piu in grado di sopportare ulteriori disagi, in modo da inviarli via ferrovia all’ospedale di Nežin o a quello di Kiev.
Il 12 febbraio iniziò il movimento per via ordinaria attraverso una foresta verso la località di Nosovka, utilizzando slitte requisite nel villaggio di Kubitska. Il 15 febbraio, sempre con marce nella neve, si giunse a Devitsa, dove si ebbe notizia che il trasferimento verso la zona finale di Gomel sarebbe avvenuto via autocarro e ferrovia. I resti totalmente sfiancati della Divisione Torino giunsero a Gomel nella zona di Buda Košelevskaja e successivamente, infine, a Talka intorno al 19 febbraio 1943.In quei giorni il Comando della Torino aveva provveduto a dislocare vari ufficiali in alcune località attraversate dal grosso degli uomini al fine di raccogliere i ritardatari che per vari motivi avevano perso il contatto con la colonna. Da Rykovo, ad esempio, il giorno 19 febbraio giunsero 60 militari guidati dal sottotenente Carancini.
Gli ultimi alloggiamenti degli uomini definiti validi della Torino furono questi:
- Sutin per l’81º Reggimento fanteria e il 52º Reggimento artiglieria, assieme ad elementi del XXVI Battaglione mortai e della 171ª Compagnia cannoni, per un totale di 420 uomini;
- Slobodka per l’82º Reggimento fanteria, assieme ai resti della 52ª Compagnia cannoni e al LII Battaglione mortai;
- Demjanovka per il CIX Battaglione mitraglieri;
- Talka per i rimanenti, ossia uomini della sanità, del genio, del Quartier generale e del Comando divisionale.
Nel marzo 1943 cominciò il rientro in patria.
[Mappa 4: da costruire, preevede una carta con incluse Voescilovgrad, Kupjansk, Staroblelsk, Nosovka, Kubitska, Devitsa, Buda Koscelevskaja, Sutin, Slobodka, Demjanovka, Talka, Rykovo]
Diverso fu il percorso dei feriti della Torino una volta fuori della sacca, che si protrasse per 15 interminabili giorni. Il16 gennaio, alla mezzanotte, arrivarono a Belovodsk e il 17 furono spostati tramite camion dal Comando tappa di Belovodsk a Starobelsk. Il giorno 18 partirono dall’ospedale di Starobelsk con ambulanze per raggiungere quello di Vorošilovgrad. Il 21 gennaio giunsero su camion al Comando tappa di Debaltsevo e il giorno seguente arrivarono al Comando tappa di Rykovo. Il 23 gennaio rimasero in sosta a Rykovo alla sede del Comando dell’82º Reggimento fanteria, mentre il 24 partirono per Stalino. Il giorno 26 si portarono a piedi verso Grišino/Sofievka e il giorno seguente sostarono a Jasinovatoe. Fra il 27 e il 31 gennaio, assieme ai resti dell’82º Reggimento fanteria, i superstiti giunsero a Dnepropetrovsk. Da qui il 3 febbraio seguente partirono su carri bestiame alla volta di Nežin, nella quale giunsero il 9 febbraio. Da Nežin si portarono a Nosovka il 12 febbraio, per poi rientrare a Nežin il giorno successivo. Il 24 febbraio il gruppo partì per Leopoli su carri bestiame. L’1 marzo, in quella grande città ucraina, gli uomini furono sottoposti a disinfestazione e contestualmente partirono per l’Italia con un treno ospedale del Sovrano militare Ordine di Malta. Il giorno 5 marzo 1943 vi fu l’arrivoal Brennero.
È difficile fare una valutazione numerica esatta dei reduci della Divisione Torino sopravvissuti al disastro della ritirata. Possiamo procedere per approssimazione e deduzione partendo dai numeri che la documentazione ufficiale dell’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito ci mette a disposizione e da vari documenti e relazioni che possiamo consultare e mettere a confronto. È da tenere presente che intorno alla metà del dicembre 1942, alla vigilia dell’offensiva sovietica, era in corso l’avvicendamento di tutto il personale della Torino e delle altre divisioni già facenti parte del Csir, oltre alla movimentazione di militari per licenza o per malattia. Nelle immediate retrovie della divisione, in località di sbarco ferroviario, c’erano sicuramente gruppi di militari che è difficile conteggiare, ossia personale che poi confluì su Rykovo e su Gomel per il rimpatrio.
La quantificazione dei reduci della Divisione Torino, ossia la somma dei rientrati con le tradotte ferroviarie dalla zona di Gomel nella primavera del 1943 più i militari sopravvissuti alla prigionia e rientrati nel 1945-46, resta ad oggi nel campo delle stime. È impossibile raggiungere un numero esatto perché già si parte da stime sul numero dei presenti al fronte orientale alla data di metà dicembre 1942. La documentazione dell’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito ci riporta il numero di 12.000 partenti per il fronte orientale nel 1941, mentre la relazione del generale Lerici sul periodo dicembre 1942-gennaio 1943 ci parla di 11.000 uomini presenti sul Don nel dicembre 1942, al momento della ritirata, ma contemporaneamente, nell’Ordine del giorno n. 101 (30 gennaio 1943) si legge in riferimento alla Torino la cifra di 12.000 effettivi.Alla luce di ciò stimiamo al 20 dicembre 1942 un totale di 11.500 uomini circa.
Con sufficiente realismo valutiamo i superstiti della Torino rientrati dalla zona di Gomel in 1.900 uomini. È un numero che otteniamo dai 1.000 militari dichiarati dal generale Lerici nell’Ordine del giorno n. 101 del 30 gennaio 1943, a cui aggiungiamo le seguenti aliquote:
- i 700 uomini della Torino presenti nelle retrovie, come scritto nel telegramma n. 019/198 del 10 gennaio inviato dal generale Gariboldi allo Stato maggiore del Regio Esercito (Ufficio mobilitazione), consistenti nelle aliquote ritiratesi con il «blocco sud» insieme alla Divisione Sforzesca;
- una stima di 200 tra feriti e congelati precedentemente dirottati negli ospedali di Kharkov e di Vorošilovgrad da Starobelsk (come segnalato nella Relazione andamento ed attivita’ dei servizi dicembre 1942-marzo 1943 dell’Intendenza 8ª Armata) e di «ritardatari» (come descritto nel Diario storico militare della Divisione Torino dal colonnello Turrini).
Inoltre, nel 1945 numerose organizzazioni per lo più a carattere volontario si attivarono e coordinarono nell’accoglienza e nella ricerca dei prigionieri di guerra, in particolare per i militari detenuti in territorio sovietico. La piu nota è l’Alleanza familiare di Giuseppe Micheli. Grazie a pubblicazioni cui avevano aderito e con le quali collaboravano, in particolare il «Notiziario prigionieri» (edito dal Sottosegretariato governativo per la stampa), siamo ora a conoscenza dei nominativi dei rimpatriati dai campi sovietici. Della Divisione Torino sono registrati 1.762 uomini, fra cui 1.629 militari di truppa e 78 ufficiali, ai quali aggiungiamo 18 ufficiali estratti dalla lista dei Celovieki ufficiali prigionieri redatta dal tenente Gabriele Alfieri e non presenti nel suddetto «Notiziario prigionieri».
Pertanto, sommando i 1.900 uomini di Gomel ai 1.780 ex prigionieri, si arriva complessivamente a 3.680 militari superstiti.Un’ulteriore stima di verifica è fattibile considerando i caduti della Divisione Torino in tutte le sue componenti tra il dicembre 1942 ed il dicembre 1946, registrati sul sito dell’Unione nazionale italiana fra reduci di Russia, dove assommano a 8.422 unità.Rispetto agli 11.500 dichiarati all’inizio della offensiva sovietica di metà dicembre 1942, abbiamo 3.078 militari reduci, cifra che si avvicina alla stima dei reduci della ritirata del gennaio 1943 precedentemente fatta. In conclusione, forse 3/4.000 uomini della Divisione Torino riuscirono a tornare in patria, vale a dire il 30% circa della forza inziale.
Riferimenti archivistici e bibliografici
Documenti dell’Archivio dell’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito (Roma):
- Tscherkowo (relazione dal 25 dic. 1942-XXI), maggiore Cesare Massone, Fondo L/13, busta 202, fascicolo 3.
- Relazione sul Servizio dei trasporti effettuati dalla 1a Base per il rimpatrio dell’8a Armata italiana dal fronte russo, tenenti colonnelli Innocenzo Gobello e Luigi Bevilacqua, 21 giugno 1943, Fondo N/1-11, busta 1559, fascicolo 2.
- Relazione sull’attività del Servizio del genio in Russia (giugno 1942-marzo 1943), colonnello Vincenzo Caniglia, dopo il marzo 1943, Fondo N/1-11, busta 1558, fascicolo 4.
- Relazione sul trattamento usato ai prigionieri di guerra in Russia, (generale Carlo Biglino, non prima del marzo-aprile 1943), Fondo N/1-11, busta 1557, fascicolo 18.
- Sintesi operazioni 8ª Armata dal 1º gennaio in poi, generale Italo Gariboldi, Fondo M/3, busta 6.
- Ordine movimento Divisione Torino da Rikovo (Carlo Max), 22 gennaio 1943, Fondo N/1-11, busta 883, fascicolo 858.
- Telegramma del generale Gariboldi in data 11 gennaio 1943 allo Stato maggiore del Regio Esercito (Ufficio mobilitazione), Fondo N/1-11, busta 1551.
- Relazione del sottotenente Bruno Bardazzi, 3ª Compagnia del LII Battaglione mortai da 81mm della Divisione Torino, Fondo M/9, busta 189.
- Diario storico del Comando della 51ª Compagnia genio artieri, Fondo N/1-11, busta 883.
- Relazione ciclo operativo 19/12/1942–17/1/1943, generale Roberto Lerici, Fondo N/1-11, busta 883.
- Diario storico Divisione Torino (indicato come “Diario storico militare”, maggiore Umberto Turrini), Fondo N/1-11, busta 883.
Documenti dalla National Archives and Records Administration (NARA), Washington, USA:
- Rapporto sulle operazioni da combattimento ed il caposaldo di Certkowo, colonnello Wilhelm Göller, Fondo T-501, bobina 328 (Deutscher General beim Ital. 8 AOK).
Documenti dell’Archivio arcivescovile di Torino:
- Lettere e appunti vari dall’ingegner Alberto Canali, Fondo “Italo Ruffino”, busta 20/17/10/6, fascicolo “Canali”.
- Lettera di accompagnamento alla “Relazione Gen. Lerici al Gen. Gariboldi”, 28 gennaio 1943, Fondo “Italo Ruffino”, busta 20/17/10/6, fascicolo “Canali”.
Bibliografia:
- Ezio Carerj, L’epopea di Tscherkowo. Campagna di Russia, Stabilimento tipografico nazionale, Roma 1957.
- Eugenio Corti, I più non ritornano. Diario di 28 giorni in una sacca sul fronte russo (inverno 1942-1943), Garzanti, Milano 1973 (1ª edizione 1947).
- Gianfranco Chiapella, Diario di guerra. Fronte Russo 1942-43, Union Printing, Viterbo 1992.
- Achille Norci, Primi per la vita. Prosa e poesia, Lulu.com (autopubblicato), 2015.
Sitografia:
- https://www.unirr.it: elaborazione di alcune pagine del sito a cura di Attilio Albertoni e di Marco Castiglioni (il sito è da tempo in fase di manutenzione).
Göller
